IL PIU’ BEL DONO – Racconto

MAURIZIO

“Oggi, 12 novembre, forse 13, dell’anno 1999, ho deciso di iniziare il mio diario.
O comunque di scrivere qualcosa, ogni giorno, magari fare qualche disegno, su questo grande quaderno che mi ha regalato Andrea. Soprattutto per usare la stupenda penna che m’ha regalato insieme al bloc-notes, una Aurora – così c’è scritto sopra, penso non costi nemmeno poco, ma per me il suo valore è molto più alto di qualche pezzo di carta: è un regalo di Andrea –.
Penso che il modo migliore per ringraziare chi ti regala una penna sia sicuramente tenerla sempre con sé, e sopratutto scriverci. È così importante per me questa penna che a volte la tratto come una fidanzata: la mia bella Aurora.
Andrea è un ragazzo che mi vuole molto bene, forse l’unico in vita mia che me ne abbia mai voluto, veramente. È grazie a lui che, la notte, non devo più dormire in strada come facevo fino a quattro anni fa: ora dormo nel sottoscala della cantina, nel palazzo dove lui vive.
Una notte di quattro anni fa, qualche giorno prima di Natale, entrai di soppiatto nel palazzo in via Prati 2, mentre una ragazza ne usciva lasciando il portone socchiuso. Fuori faceva freddo, molto freddo, quell’inverno più di altri, e io, che già allora lottavo tutto il giorno con la mia malattia, squarciato dai colpi di tosse, non riuscivo più a sopportarlo. Sarà stato il bel tepore del palazzo, il fatto che fossi un po’ brillo, fatto sta che dopo poco mi addormentai sulle scale.
Mi svegliarono dei calci: quando aprii gli occhi un ragazzo stava in piedi davanti a me, guardandomi minaccioso. Mi voleva cacciare fuori; io cercavo di farlo ragionare, ma senza riuscirci, mentre mi prendeva a calci; minacciava che, se non fossi uscito immediatamente, avrebbe chiamato la polizia e avrebbe continuato a calciarmi come un pallone fino all’arrivo delle forze dell’ordine.
In quel momento arrivò Andrea, che ancora non conoscevo, chiedendo ragione di quel baccano sulle scale. I due ragazzi, che non dovevano andare molto d’accordo già da tempo come capii subito nel vederli parlare, si misero a discutere animatamente. Alla fine potei restare a dormire lì quella notte. Ancora oggi, dopo quattro anni, la notte rientro in questo palazzo nella mia cuccia a dormire, e solo grazie ad Andrea.
Da quel giorno, a parte il tizio del secondo piano – il violento del primo giorno che ancora ad oggi non mi ha mai rivolto la parola –, tutti hanno iniziato a volermi bene e a fidarsi di me; io, per ricambiare l’ospitalità, ho cominciato nel tempo a sbrigare commissioni per il palazzo: a far lavoretti di restauro, portar fuori la spazzatura, e, per forza di cose dormendo nel sottoscala, a fare il guardiano di notte. Lo faccio volentieri, quando non sono in giro a fare l’elemosina. I vari inquilini mi danno, e non poche volte, perfino qualcosa da mangiare, e non “avanzi”; nel tempo mi hanno anche donato un vecchio materasso – la mia cuccia –, qualche coperta e abiti vecchi, dei libri.
Adoro leggere, anche se, come diceva sempre mia madre, prima che decidesse di non volermi più dire niente vista la mia scelta di vita, è per colpa loro che mi sono “ridotto” così.
Non ho sempre fatto il barbone: prima ero un bravo cittadino che passava la sua vita a lavorare e pagare le tasse, finché un giorno mi stufai dell’inutilità di quella vita e decisi di diventare per la società quello che sono oggi, cioè niente, o, più semplicemente, me stesso. Aveva ragione! Mia mamma sbagliava raramente: (l’unico errore che non potrò mai perdonarle è quello di non aver accettato la mia scelta di vita, ma adesso è passato del tempo, è inutile parlarne) è vero, forse è sopratutto grazie ai libri che ho cambiato vita. E incontrato persone, poche e rare, come Andrea.
Ricordo ancora quel giorno: mi disse: – Rimani pure, ma non vogliamo polizia. E, quindi, nemmeno problemi; in caso contrario, sarò io stesso a prenderti a calci e a sbatterti fuori. Puoi restare qui a dormire. Meglio se vai nel sottoscala della cantina, dove nessun cretino ti verrà a prendere a calci, ma non dare fastidio a nessuno, ok?
Ok? Mi chiese, ok?, avevo le lacrime agli occhi, era super ok per me! E far qualcosa di male in quella casa era l’ultimo dei miei pensieri (come lo era tornare fuori al freddo, del resto). Perché Andrea mi fece rimanere lì? Non lo so.
O meglio, non lo sapevo, ora che l’ho conosciuto lo so bene: perché è un ragazzo d’oro. Io che ero ‘contro’ il Natale, contro quella stupida atmosfera che ogni anno si è obbligati a subire nel mese di dicembre, quella smania della gente di farsi regali inutili, quando l’unico mutamento reale per me era il metterci molto più tempo rispetto ad altri mesi dell’anno per comprare una bottiglia da bere, ricevetti quel giorno il più bel dono della mia vita: un bel gesto gratuito. Il primo di tanti altri regali che lui, come il resto del palazzo, mi avrebbe continuato a fare, fino ad arrivare alla penna con cui sto scrivendo adesso».

Andrea sfogliava il quaderno, dopo alcune pagine non c’era più traccia del diario, ma solo qualche disegno qua è là. Il barbone Maurizio era una delle persone più interessanti che abbia conosciuto in questi ultimi anni, pensò continuando a girare le pagine, finché il diario riprese:
“Ciao amici. Scusate se non ho più continuato il mio diario, mi son messo a disegnare ultimamente, e varie cose son cambiate: prima fra tutte il fatto che ora non possa più, da qualche giorno, dormire nel palazzo.Son tornato a dormire in strada, dove è più difficile restar tranquilli a scrivere.
Nel tempo, in questi quasi cinque anni, parecchie volte son cambiati gli inquilini del palazzo, anzi: di quel primo giorno rimasero solo Andrea e il tizio violento – non mi ha mai detto il suo nome –, tutti gli altri partirono o se ne andarono, la tenera signora del terzo piano morì di vecchiaia una nevosa sera di novembre, era gentile con me e io l’aiutavo sempre con i sacchi della spesa… Anche gli studenti che vivevano con Andrea se ne sono andati, e ora il mio angelo custode vive con la sua bella ragazza.
Con tutti i vari abitanti dell’edificio mi son sempre trovato bene, una volta che ci si conosceva, e che questi superavano l’impatto iniziale con la mia figura di ‘barbone’. Andrea riusciva sempre a convincere i più restii a tenermi lì la notte, mostrando come fossi utile al palazzo e non dannoso, facendoli risparmiare anche dei soldi che altrimenti avrebbero dovuto spendere per i piccoli servizi quotidiani, come la spazzatura e lavoretti simili, che io facevo loro gratis.
Tutto andava bene, per il meglio, finché è arrivata la famiglia Penzi. La famiglia Penzi, per quello che potei capire al vederli arrivare e da quello che m’ha detto poi Andrea, era composta dal padre, direttore della banca che si era istallata al piano terra del palazzo qualche mese prima; sua moglie, una borghese odiosa; e il loro viziatissimo figlio Matteo. Il nome del moccioso l’ho imparato subito: la madre passava la giornata a strillargli rimproveri che risuonavano, fino a tardi la notte, in tutto il palazzo.
La famiglia Penzi ha cominciato subito col volermi cacciare: in un bel palazzo come quello, in un quartiere residenziale come quello, abitato da persone per bene, non era il caso che vi dormisse uno sporco barbone come me. Hanno imposto un amministratore, un loro amico, per gestire le ‘cose’ del palazzo: è obbligatorio per legge, dissero.
Andrea poté fare poco per convincere gli altri inquilini a tenermi: la famiglia Penzi era proprietaria dell’intero primo piano, mentre lui è sempre stato in affitto; e il padre del moccioso era il direttore della banca, l’unica del paese, chi avrebbe mai voluto farselo nemico?! Inutile dirvi la felicità del tizio violento che non era riuscito a cacciarmi anni prima, e che finalmente riusciva nella sua vendetta, in realtà perpetuata più nei confronti di Andrea che nei miei.
Poco male: ho passato anni a dormire in strada e posso benissimo tornare a farlo, anche se, con il freddo che fa questo gennaio e la tosse che non fa che peggiorare, potrei anche morirci”.

«Scusi.. mi scusi signore, tra poco dovrei chiudere, sono quasi le sette e.. insieme al quaderno abbiamo trovato anche questa penna, la ritira lei?»
«Ah, sì… sì, grazie». Disse Andrea asciugandosi una lacrima, mentre prendeva l’Aurora che lui stesso aveva regalato a Maurizio oramai due anni prima.
«Strano − continuò l’inserviente guardando la penna − strano che un barbone non abbia venduto una penna del genere, così da poter dormire al caldo almeno qualche notte, magari evitandogli di morire di freddo sotto quel ponte.. a ben guardarla, non dovrebbe costare poco, e, alla fine, è solo una penna».
Ma l’inserviente, che di barboni morti certo ne aveva visti parecchi, non conosceva Maurizio e tantomeno aveva letto il suo diario ora tra le mani di Andrea; non poteva sapere quindi che per Maurizio quella non era semplicemente una penna, ma la Aurora che gli aveva regalato Andrea: il più bel dono che qualcuno gli avesse mai fatto!

*Andrea Giramundo

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