IL PREZZO DELLA TRANQUILLITA’ – Racconto

surrealismo doccia uomo tranquillità

Davide aveva finalmente dalla vita tutto quello che aveva sempre desiderato: la tranquillità.
In via del comune numero 8: una bella villetta familiare, ordinata in mezzo ad una via di villette familiari tutte uguali, tutte nuove, bianche con il loro tetto rosso, tutte con il loro box per la macchina e bel giardinetto; al secondo piano, in bagno, Davide guardava lo specchio, mentre entrambi riflettevano.
Fuori dalla finestra: una tranquilla domenica mattina di Aprile: un bel cielo nonostante qualche nuvola; in basso, forse il SUV aveva bisogno di essere lavato, era domenica in fondo e, visto che aveva il giorno libero, Davide stava pensando che avrebbe anche potuto farlo. Una macchina come quella va lavata sempre, almeno una domenica alla settimana, almeno per gli otto anni che ci vorranno per finire di pagarla: che almeno sembri sempre nuova!
A trentotto anni appena compiuti, un metro e ottantotto di altezza, con le mani appoggiate ai due lati del lavandino, si guardava completamente nudo nello specchio.
Il suo viso era riposato dal giorno di non lavoro, ma lo specchio non gli ridava quell’immagine di quiete e serenità che sono indici di un uomo veramente soddisfatto.
Eppure finalmente era stato assunto a tempo indeterminato al Comune, dopo averci lavorato gratis per quasi tre mesi, per l’esattezza ottantotto giorni, grazie ad uno stage che la sua università con soli 8000 euro gli aveva permesso di fare. Il Comune, vista la sua assunzione, si era fatto garante con la banca al fine di agevolargli il mutuo per quella bella villetta a schiera. Davide aveva così potuto anche chiedere un prestito per comprarsi quella 4×4, di cui ogni volta vedeva la pubblicità alla Tv.
Sarà… ma quello specchio sembrava volergli dire, fargli notare qualcosa. Davide ci si guardava, senza riuscire a staccarsi dal lavabo, catturato dai suoi stessi occhi in tutto quel riflettere: si specchiava e non capiva: avrebbe dovuto vedersi disteso, tranquillo, ma qualcosa lo turbava, e proprio non riusciva a capire cosa.
Alla sua età, poteva dire di conoscersi bene, chissà quante volte si era ritrovato in uno specchio a considerarsi, infelice per qualcosa, preoccupato o stanco, magari perfino depresso, ma un motivo evidente c’era sempre; ma adesso, ragioni apparenti non ce n’erano, avrebbe dovuto vedercisi disteso, sereno e felice, e invece ci si ritrovava, non arrabbiato o nervoso, ma in fondo agli occhi poteva scorgere qualcosa di irrequieto, sentiva crescere in lui una sorta d’ansia, senza però non comprenderne la causa: si sentiva folle.
Ne avrebbe voluto magari parlare con Rossana, la sua compagna, con la quale dal primo giorno dividevano lo stesso tetto; ma lei sicuramente non avrebbe capito, lei che faceva di tutto per lui, lei che era così sensibile: avrebbe preso la cosa sul personale, pensando che la ragione di quel malessere fosse proprio lei. No, con lei non ne poteva parlare.
Anche se la conosceva solamente da quando aveva cominciato a lavorare al Comune (Rossana, che ci lavorava da 8 anni era stata la persona incaricata, all’arrivo di Davide, di spiegargli tutto quello che ci sarebbe stato da spiegare al nuovo stagista), sapeva però certamente che la vita che stavano vivendo era, per lei, la migliore vita che si potesse avere: un lavoro fisso, una bella villetta a schiera in un tranquillo quartiere residenziale, una bella macchina… solamente accennarle questo suo stato di malessere sarebbe stato da pazzi, o comunque assolutamente inutile, se non fonte di ulteriori malumori.
E poi, lui mai avrebbe voluto causare un dispiacere alla sua Rossana: non è che provasse amore per lei, di quello con la a maiuscola, di quelle passioni travolgenti che attirano due corpi e due menti, no; ma sicuramente sapeva di volerle un gran bene. Lei era stata gentilissima con lui sin dal primo giorno che si conobbero, ben al di là del ruolo lavorativo, sempre attenta ad ogni più piccolo bisogno di Davide: se solo ne avesse avuto la sensualità, Rossana, avrebbe potuto benissimo essere la sua geisha. E gli occhi con cui lei sempre lo guardava: lei sì che lo amava!
E ciò a lui bastava per sapere di stare bene con la sua compagna, anche se fisicamente, ad esempio, non gli era mai incredibilmente piaciuta. Rossana non era una brutta ragazza, ma certamente nemmeno bella: Rossana era una ragazza gentile.
Pur avendo sempre vissuto in città, in quella città, aveva l’aspetto di una ragazza di campagna di una volta: una giovane ragazza che, nei lineamenti e nel modo di fare, a trent’anni sembrava già anziana, nonostante una pelle da ragazzina mai uscita di casa.
Tutto in lei era modesto: le labbra, appena percettibili; gli occhi, ridotti a due piccole fessure coperte da spessi occhiali, non illuminavano certo per il loro bagliore; i capelli, d’un castano paglierino, incorniciavano, lunghi ma sempre raccolti, il suo piccolo naso aquilino.
Sì, Davide di Rossana non si poteva certo dire innamorato, ma sicuramente con lei, grazie a lei, lui era sereno.
Avevano la stessa vita, lo stesso lavoro con gli stessi orari, quindi un sacco di cose di cui parlare durante le pause o la sera davanti al televisore; in tutto avevano gli stessi gusti; avevano gli stessi interessi; e avevano anche gli stessi amici, che poi erano anche tutti colleghi.
Avevano quel tipo di rapporto malinconico delle coppie che dividono tutto, senza desiderare mai altro, che è spesso la ragione stessa della longevità di questo tipo di relazioni.
La settimana lavorativa. Il cinema il mercoledì, la cena con gli amici al sabato; la domenica per svolgere quelle attività domestiche che non potevano compiere gli altri giorni. Così passavano il loro tempo, Davide e Rossana: gli stessi luoghi e le stesse persone, gli stessi discorsi, anche le stesse battute: una vita regolare, per alcuni magari banale ma, certamente, tranquilla.
Come volesse cercare una risposta, prima di prendere la doccia, Davide si guardava attorno, guardava la sala da bagno intorno a lui, sempre ancorato al lavandino.
Un bagno pulito, ordinato, bianco con qualche chiazza di blu qua e là: il classico bagno standard Ikea. Ma in nessun angolo trovava la spiegazione che voleva.
L’unica cosa da fare era farsi uno shampoo; come sempre quando non si sentiva pienamente bene, quando strani pensieri lo avvolgevano: la doccia. Restare qualche minuto sotto il getto costante dell’acqua: l’unico modo in cui riusciva ad alleggerire la testa, dimenticando tutte quelle inutili domande a cui non avrebbe mai saputo rispondere.
Sotto la doccia pensava ad altro: non al lavoro, non alle rate da pagare, non alla macchina da lavare.
L’acqua, trovata la giusta temperatura, poi il bagnoschiuma, lo shampoo infine, che lo avvolgeva materno: l’estasi, il Nulla avvolto d’ovatta, il Nirvana, nessun pensiero in testa; il silenzio.
Tutt’intorno la tregua ai suoi problemi quotidiani, la vista azzurra attraverso le gocce del getto d’acqua, avvolgente come placenta, lo scudo della lumaca: Davide aveva bisogno di quelle docce come la medusa del mare.
Avvolgersi il capo e massaggiarsi leggermente con schiume messaggere d’odori e sapori di terre lontane, incredibilmente attraenti per il suo corpo perché sconosciute e solamente sognate: lo shampoo lo portava lontano dalla sua realtà malinconica di tutti i giorni, versi remoti mondi caraibici. Immaginarsi sullo sfondo di grandi rocce incastonate fra folti mazzi d’alberi profondi; a volte sognava di trovarsi sotto una cascata, magari di un bel paese tropicale, che dal vivo non aveva mai visto, ma che, grazie alle tante reclams di quei saponi, vedeva ogni tanto alla televisione.
Davide non aveva mai avuto troppa voglia di viaggiare, di veder altri paesi, altre culture, aveva sempre cercato di riuscire per il meglio nella vita, nella realtà che aveva intorno, di seguire il consiglio che sin da piccolo, a cominciare da sua madre, gli si ripeteva: di rimanere coi piedi per terra! Viaggiare, oltre ad essere un’attività pericolosa, è una perdita di tempo, e sopratutto costa troppo caro a chi ha mutui e rate da pagare per il suo confort quotidiano.
No, a Davide il viaggiare non era mai interessato, eppure…
«Vabbe’… facciamo ’sta doccia va».
Sotto la doccia, la spugna blu era come sempre per terra, dove la lasciava Rossana che riusciva in un modo o in un altro a farsi la doccia sempre prima di lui. E come ogni volta si piegava per raccoglierla, mentre il getto d’acqua era ancora troppo freddo o già troppo caldo, facendolo imprecare, ma senza mai gridare.
Nel raccoglierla come mille altre volte in passato, per la prima volta, la curiosità di sapere dove la facessero: un’etichetta con sopra scritto niente: né la composizione, né il luogo di fabbricazione, nemmeno come lavarla: niente.
Sull’etichetta logorata della spugna c’era solamente scritto il prezzo:

il prezzo della tranquillità.

*Andrea Giramundo, Saint-Cyr-les-Champagnes 2016

*IMAGE: Beverly Hills, Pop Art, David Hockney, Gallery London, Hills 1964, 

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