LA VALIGETTA – Racconto

valigettaArturo, al riparo dal freddo ventoso ed avvolgente di novembre, se ne stava all’interno di un portone d’un grande palazzo, intento a rollarsi una sigaretta. Era tutto il giorno che andava a zonzo per la città, senza trovar di meglio da fare che fumarne una ogni tanto. Faceva veramente freddo quel giorno, pensava guardando il poco tabacco rimastogli dentro il pacchetto.
Anche quella mattina era passato dal centro di collocamento, ma, come al solito, non avevano di meglio da offrirgli che il lavoro al call-center; i soldi stavano finendo e l’inverno avanzando: se non avesse trovato un’occupazione al più presto, non poteva immaginarsi altro modo per campare che tornare a fare i furtarelli insieme a “Giggino a purpetta” (chiamato così per il fatto d’essere alto poco più di un metro e cinquanta e, pesando quasi 80 chili, per forza di cose ricordava una polposa palletta di carne). Ma dopo l’ultima volta, nella quale la polizia lo aveva beccato in fragrante, a rubare al supermercato un paio di mutande di cui da troppo tempo aveva bisogno, si era ripromesso di cercarsi un lavoro normale ed evitare così situazioni vergognose come quel giorno. Ma di lavoro non ce n’era: non che lui cercasse chissà che lavoro, nel tempo aveva fatto, e avrebbe fatto ancora, un po’ di tutto: cameriere, muratore, parcheggiatore, tutto, ma al call-center no! E il lavoro di telemarketing era l’unico che, ogni volta che tornava ad elemosinare una qualche occupazione al centro occupazionale, sapevano proporgli.
Guardando in cielo quel poco spazio di blu, che inutilmente cercava di farsi largo tra i grigi nuvoloni di quella giornata, stava valutando o meno la necessità di chiamare Giggino; ma no, avrebbe ancora provato a trovar qualcosa di meglio che farsi arrestare per rubar mutande: l’articolo sul giornale, che lo rese famoso come lo scemo del villaggio, gli bruciava ancora negli occhi. Si era convinto che mai sarebbe diventato un grosso criminale di cui i giornali riportano le grandi gesta; si disse che tanto valeva, cercare di vivere correttamente, guadagnandosi onestamente da vivere; magari arrivare un giorno a far qualcosa di bello per le persone veramente oneste, più oneste di lui, che certo non era uno stinco di santo. Sin da piccolo era cresciuto col sogno proibito un giorno di diventare un grande gangster, ma forse, oggi adulto, aveva finalmente capito che il crimine non faceva per lui. Arturo non era mai stato un simbolo di onestà: sin da piccolo, come tutti forse, rubava caramelle alla latteria del paese, continuando poi, anche crescendo, a prendere senza pagare quelle cose necessarie allo sfizio tipiche di un giovane in età adolescenziale; ma rubar mutande per vivere, e dopo che tutto il paese lo aveva deriso per essersi fatto beccare con un paio di culottes da donna – nella fretta si era sbagliato –, si era ripromesso di non farlo mai più. Rispetto a quando era più giovane, ora, soffriva spesso d’ansia e in particolare, com’è facile immaginare, quando doveva commettere qualche furto, non era più in grado di gestire le emozioni e le paure, immaginando di venir arrestato.
«Qualcosa devo pur inventarmi, non posso mica sperare che mi piovano dal cielo i soldi per sopravvivere a questo inverno», pensava tirando l’ultima boccata dalla sigaretta. E, in quel preciso istante, successe una cosa stranissima: come gettò il mozzicone a terra e la sigaretta toccò la strada, un enorme, fragoroso, uno spaventoso boato lo fece saltare dallo spavento: si sarebbe detta una bomba. All’improvviso da dietro un palazzo erano sbucate due auto, a velocità spaventosa, tanto da sembrar senza controllo. Sembrava un inseguimento, con l’auto dietro che cercava di speronare quella davanti, e così fu: proprio alla sua altezza, la prima delle due auto, quella che sembrava scappare, perse il controllo, esagerando la curva e finendo sul marciapiede opposto, tirando giù un palo della luce, che cadendo andò a finire sul cofano d’una macchina lì parcheggiata: non era stata una bomba a causare il boato, pensò Arturo paralizzato dal botto. Il tempo di mettere a fuoco la scena, e Arturo si ritrovò coinvolto in una sparatoria: dall’auto inseguitrice, fermatasi derapando in mezzo alla strada, partirono una raffica di colpi d’arma da fuoco, sembrava una mitragliata da tanti che erano. Arturo spaventato si tuffò dentro un cassonetto dell’immondizia che giaceva lì aperto alla sua sinistra; contemporaneamente, dalla macchina che aveva fatto l’incidente, un uomo, evidentemente l’unico sopravvissuto allo scontro dell’auto contro il palo, scappava quasi rotolando per terra, con una valigetta in mano, proprio nella direzione del nostro sfortunato ed involontario testimone, portandosi dietro una raffica di colpi. Nessuno sembrò accorgersi d’Arturo, che balzò dentro il cassonetto come un gatto, chiudendosi dietro – sopra di sé – il coperchio.
È incredibile quello che a volte ci riesca a far fare la paura, pensò, rendendosi conto del gesto atletico appena fatto.
Ma anche l’uomo in fuga dai colpi di pistola aveva notato il bidone: fuggendo e riparandosi dagli spari allo stesso tempo, ebbe il riflesso, mentre gli passava accanto, di buttarci dentro la borsa che teneva in mano, quasi senza nemmeno rallentare la sua corsa. Rannicchiato nel buio del bidone, Arturo, realizzò cosa fosse accaduto quando la valigetta gli piombò in testa e, sentendo allontanarsi l’uomo a grandi passi veloci, maledì la malasorte che aveva fatto notare anche a quell’uomo lo stesso bidone. Paralizzato e pronto al peggio, si mise in attesa che venissero a prendere quella borsa e molto probabilmente ad ucciderlo per eliminare lo scomodo testimone.
Non fu così. Sentì gli spari avvicinarsi, chiuse gli occhi mentre si faceva piccolo piccolo dentro il cassonetto, e si preparò al peggio. Ma gli spari, insieme ai passi, degli inseguitori, gli passarono solo vicino, senza fermarsi e continuarono in direzione del fuggiasco: possibile che gli inseguitori non avessero visto l’uomo gettare la borsa dentro il bidone? Rimase lì immobile, tutto raggomitolato su sé stesso, fino a quando non sentì lontani i suoni di quella scena da film; sentì una macchina ripartire a grande velocità, e rimase ancora lì per almeno dieci minuti, oramai nel silenzio più totale. Poi, sollevando timidamente il coperchio, spiò guardingo fuori: dell’ultima scena vista prima di rintanarsi nella spazzatura, era rimasta solo la macchina incidentata sul marciapiede, e si sarebbe potuto scommettere che sarebbe presto esplosa viste le grandi fiamme che l’avvolgevano; tutti gli altri, l’inseguito e gli inseguitori, l’altra macchina, erano spariti; la strada era ora deserta. Risoluto spalancò il copribidone, e ne saltò fuori molto meno agilmente di prima – quasi cascò faccia a terra questa volta –, e si mise a correre in direzione opposta a quella in cui aveva sentito dirigersi i passi degli uomini.
Continuò a correre per almeno un’ora; solo dopo diversi chilometri si accorse che, nella confusione mentale data da ciò che era appena accaduto, aveva preso con sé la valigetta, senza nemmeno essersene reso conto. Continuò a correre, e correre ancora; corse finché sentì il sapore del sangue in bocca e, senza più aria nei polmoni, finalmente si fermò. Svoltato l’angolo d’un palazzo, che non aveva mai visto, in una zona della città che gli sembrava sconosciuta, si bloccò in un piccolo vicolo buio. Con le mani sulle ginocchia, piegato su sé stesso come cercasse in fondo ai polmoni i resti della poca aria rimastagli in corpo, continuava a fare grossi, enormi respiri. Si mise ad analizzare la valigetta che, senza sapere perché, aveva ancora in mano: era la classica borsa 24 ore da uomo in carriera, in pelle scura, con delle serrature a garantirne la chiusura. Tentò di aprirla: non si apriva, ci voleva la combinazione esatta: cominciò a provarle tutte, ma la maledetta non sembrava proprio volersi aprire. Con tutto quello che aveva rischiato fino a poco prima, s’imponeva adesso d’aprirla, quanto meno per vedere dentro cosa ci fosse. Ci riuscì forzandola con le chiavi di casa.
Quando l’aprì non poteva credere ai suoi occhi – se qualcuno, passando di lì in quel preciso istante, lo avesse guardato, avrebbe visto gli occhi di Arturo illuminarsi come nel più classico dei cartoni animati giapponesi –: era piena zeppa di soldi! Non riusciva nemmeno ad immaginare quanti potessero essere a guardarli così. Fino a quel momento si era lasciato guidare dalla paura e dal suo istinto da ladruncolo di supermercati, ma una volta superato lo stupore per il contenuto della borsa, fu assalito da un’ansia incredibile: e se qualcuno lo avesse visto correre via con la valigetta in mano? prenderla? Non sembravano proprio delle brave persone, quelli che avevano inscenato poco prima l’inseguimento con sparatoria in perfetto stile film americano… forse lo stavano già cercando… Richiuse di scatto la valigetta, la strinse al petto guardandosi in giro se qualcuno lo stesse osservando: tirò un respiro di sollievo, non c’era nessuno, ringraziò la sua sfortuna di essersi presa un attimo di pausa. Ma qualcosa avrebbe pur dovuto fare… sì, ma cosa?
Mille pensieri gli si affollavano in testa mentre, tenendo la valigia attaccata a sé come una mamma terrebbe il suo neonato di fronte ad un gruppo di leoni famelici, cominciò a camminare senza saper dove andare. Esatto: dove andare?
A casa avrebbe certamente trovato il vecchio dottor Penzi − il suo proprietario di casa –, ad attenderlo fuori dalla porta, come sempre da quando era in ritardo con l’affitto, da 3 mesi esattamente. Tornando con quella valigetta sicuramente avrebbe destato molti sospetti, e non solo al suo anziano proprietario, visto che non era sconosciuto a nessuno il fatto che da mesi – da sempre? – fosse disoccupato. Quindi? Dove andare? Intanto continuava a camminare. Una cosa sola era certa: quei soldi erano troppi! Avesse trovato un po’ di soldi, sarebbe stato felice, ma quelli erano tantissimi soldi, si continuava a torturare Arturo: non era una fortuna: era una sfortuna! Che fare di tutti quei soldi? Di certo non poteva e né voleva buttarli via; in banca non li avrebbe mai potuti mettere; a casa con quella valigetta non sarebbe potuto tornare, almeno non prima della mattina seguente, quando sarebbe potuto entrare tranquillo, visto che fino all’una, come sempre, il suo proprietario sarebbe stato al lavoro; e ad andare a zonzo tutto il tempo, con l’ansia della valigetta, avrebbe sicuramente incuriosito qualche malintenzionato che si sarebbe convinto del tesoro che la borsa nascondeva, solo guardando il modo in cui la portava con sé.
Quindi, che fare? Neanche qualche ora prima era disperato perché non aveva nemmeno un soldo, ed ora era lì a preoccuparsi per i troppi che ne aveva: Arturo maledisse la sua sorte. Intanto si era fatta sera e aveva bisogno di dormire, la tensione e l’adrenalina della giornata stavano ora scendendogli addosso come una colata di stanchezza. Decise di prendere una stanza all’albergo ad ore, poco fuori la città, era l’alloggio più riservato che gli venisse in mente in quel momento, lo era da sempre per i mariti infedeli, e lo sarebbe stato ora per lui. Come entrò nella stanza, posò la valigetta in fondo all’armadio e decise di non pensarci più fino alla mattina dopo; non si fece una doccia, si spogliò e si buttò sul letto dove in tempo zero s’addormentò come un sasso. Diversamente da come si potrebbe credere, quella notte non fece incubi, ma nemmeno sogni, solo dormì. Si svegliò che il sole era già alzato da un po’. Il primo pensiero non appena aprì gli occhi andò alla valigetta; neanche il tempo di svegliarsi e già la teneva nuovamente tra le mani, la aprì: quanti soldi! Provò a capire quanti fossero realmente: iniziò a contarli finché arrivò a quello che più o meno poteva rappresentare un terzo della valigetta; arrivò alla conclusione che dovevano essere almeno cinquecentomila euro, ad occhio e croce: troppi soldi!
Alla fine, dopo almeno altre tre ore passate a mordersi le labbra, non era arrivato ancora ad una soluzione per tenere, nascondere, tutti quei soldi da qualche parte. Avrebbe tanto voluto una sigaretta, si alzò dal letto, dove si era seduto per contare i soldi, e decise di consegnare la valigetta alla prima stazione di polizia che avrebbe trovato. Continuava a guardare tutti quei biglietti da cinquecento euro sparsi sul letto. Certo che, almeno una piccola parte avrebbe potuto tenerla per sé, aveva quasi rischiato di morire il giorno prima, e se non era morto voleva forse dire che quei soldi erano destinati a lui, almeno in parte. Cercava di trovar scuse per dar man forte ad un coraggio che non voleva proprio palesarsi, per dirsi che tenerne solo una piccola parte non sarebbe stato poi così grave: una somma del genere era sicuramente il frutto di qualche malaffare, nessuno si sarebbe presentato dalle forze dell’ordine a reclamarla, e di certo alla stazione di polizia non potevano sapere l’esatto ammontare contenuto nella borsa. Ne avrebbe tolti solo un po’, non più di cinquantamila euro, e avrebbe riconsegnato il resto: i gendarmi mai avrebbero potuto sospettare che chi riconsegnava loro una cifra del genere, dimostrando un’onestà fuori dal comune, potesse tenerne una piccola parte per sé, non più del dieci per cento dell’intera somma.
Rimise i soldi dentro la valigetta, lasciandone fuori solo tre mazzette; cercò qualcosa dove mettere la sua parte, e la trovò in un cassetto della scrivania; avvolse in un foglio di carta i tre mazzetti di denaro che aveva deciso di tenere per sé, e mise il tutto nella tasca interna della giacca. Chiuse la borsa; si avviò verso la porta, fermandosi un momento davanti allo specchio: si guardò negli occhi, poi guardò la valigetta che teneva salda in mano, per poi tornare a guardarsi; sbuffò contro la sua ansia, e uscì dalla stanza tirandosi dietro la porta; si avviò alla stazione di polizia decisosi che riconsegnare i soldi fosse la soluzione migliore. Prima però voleva sapere qualcosa di quello che era successo: sarebbe andato a prendere il giornale, rientrando a casa, dove avrebbe lasciato la parte dei soldi che aveva deciso di tenere per sé. E poi avrebbe consegnato quel fardello alla polizia. Mentre faceva la più grande colazione della sua vita al bar – erano oramai due giorni che non toccava cibo – la valigetta era ben arpionata tra i suoi piedi sotto al tavolo; spiegò il giornale e lesse con calma tutti i particolari del colpo alla banca, di cui si parlava nel grosso articolo già in prima pagina, e del cui bottino ora lui era in possesso.
Si diceva che tutti i banditi alla fine erano stati arrestati, un poliziotto era morto nell’inseguimento, ma del bottino non se ne sapeva nulla; com’era prevedibile, continuava il giornalista, i ladri insistevano nel negare l’esistenza di un ulteriore complice sfuggito alla cattura, ma la scomparsa dei soldi era prova evidente del contrario. Ciò voleva dire che nessuno aveva visto la valigetta finire nel bidone e, tanto meno, a questo punto, Arturo prenderla. Si affrettò a finire la sua colazione; posò il giornale sul tavolo e, con fare sempre più confuso, si alzò dal tavolo. Voleva correre a casa per nascondersi: c’erano controlli in ogni parte della città e se lo avessero fermato con la valigetta, prima della sua consegna alle forze dell’ordine, avrebbero pensato che fosse lui il complice scomparso di cui si parlava nell’articolo. Ora che aveva letto l’articolo, sapeva tutto su quei soldi. Quello che Arturo non poteva sapere, però, era che, mentre leggeva l’articolo, Oronzo, sergente in pensione seduto a qualche tavolo di distanza, lo osservò tutto il tempo; notando in lui un qualcosa di molto curioso, sospetto, il sergente osservò bene le strane reazioni che il volto di Arturo facilmente lasciava intuire mentre leggeva il giornale, e notò infine la valigetta con cui si allontanò guardingo in tutta fretta dal bar.
Aspettò che Arturo fosse uscito, e andò a vedere cosa quello strano cliente stesse leggendo di cosi sconvolgente: sul tavolo, il quotidiano era ancora aperto sulla pagina del colpo alla banca che neanche un’ora prima aveva letto anche lui; l’immagine della valigetta comparse istantanea nella testa del sergente in pensione: decise di seguire quell’uomo: un poliziotto era morto e un bandito andava ancora in giro libero, Oronzo si sentiva in dovere di fare qualcosa. Neanche il tempo di pagare le sue ciambelle e il sergente si ritrovò finalmente in azione, dopo anni di noiosa pensione, a qualche metro di distanza dietro Arturo.
Arturo, tenendo sempre ben stretta la valigetta, camminò a passo spedito fin casa sua, pensando per tutta la strada a cosa avrebbe detto alla polizia quando gli avessero chiesto dove aveva trovato la valigetta. Il sergente in pensione continuò a seguirlo, cinque metri dietro, nascosto tra i pensieri di Arturo, finché quest’ultimo non entrò nel portone d’un palazzo dietro la piazza principale del centro. Fermatosi dall’altra parte della strada per non dar troppo nell’occhio, Oronzo telefonò a suo figlio, il quale aveva seguito le orme di tutore dell’ordine del padre sergente e che a quell’ora, come d’abitudine, doveva essere di pattuglia. Spiegata velocemente la situazione e la sua posizione al figlio, che era effettivamente in servizio a qualche via di distanza dal padre al telefono, si mise a passeggiare nervosamente avanti e indietro lungo il marciapiede, mentre ne aspettava l’arrivo. Intanto Arturo, entrato in casa sua furtivo come fosse stato ladro in casa altrui, richiuse a piene mandate la porta; ci si appoggiò con la schiena, e si lasciò scivolare per terra mentre un grosso respiro dava sollievo alle sue stanche membra, da troppe ore in tensione.
Guardò intorno casa sua, quello che, dalla sua visuale seduto per terra di fronte alla porta d’ingresso, poteva vederne: si diceva che, con tutti quei soldi, avrebbe potuto comprare una bella villa, abbandonare quel tugurio dove da troppo tempo se ne voleva andare, e potersi finalmente permettere anche una bella vasca idromassaggio, suo sogno da sempre, suo enorme desiderio del momento. Avrebbe tanto volentieri fatto un bel bagno caldo, pensò. Peccato non avesse la vasca da bagno, e nemmeno l’acqua calda. Decise di farsi una bella doccia ghiacciata. Si levò la giacca dimenticandosi d’avere nella tasca il pacchetto contente la parte di soldi che aveva deciso di tenere per sé; seminando i vestiti lungo il corridoio, si diresse spedito verso il bagno. Ma mentre l’attesa d’Arturo, di un piccolo riscaldamento spontaneo dell’acqua, fu ovviamente insoddisfatta, visto che gli avevano tagliato il gas e la corrente da parecchi giorni, quella di Oronzo giungeva al termine. In strada, come avrebbe potuto vedere anche Arturo se solo si fosse affacciato alla finestra, la pattuglia del figlio del sergente era arrivata, accompagnata da un’altra venuta in supporto. Gli agenti, i quattro delle due pattuglie e il sergente, si disposero, pronti e ben nascosti, ad accogliere il ricercato: era ovvio per loro che Arturo fosse l’ultimo complice della banda rimasto in libertà, molto probabilmente l’assassino del poliziotto ucciso durante la fuga. Come verificarono velocemente, Arturo sarebbe potuto uscire solo da dove era entrato; studiate le possibili direzioni percorribili per chi uscisse dal palazzo, i quattro agenti si appostarono quindi ben nascosti; il sergente si accovacciò dietro una macchina di fronte al portone. Con le armi spianate, trattenendo il fiato come se avessero paura che il bandito potesse sentirli respirare dall’alto della sua finestra, senza sapere quanto tempo avrebbero dovuto rimanere immobili, si erano decisi a fermare lì la fuga del bandito latitante. Omicida d’un poliziotto, ancora con sé la refurtiva, non avrebbero mai potuto lasciarselo scappare: lo dovevano fermare.
Arrestarlo ferirlo o ucciderlo, ma comunque lì lo dovevano bloccare. Ora, è inutile raccontarvi secondo per secondo quello che successe fino al momento in cui Arturo aprì il portone per uscire in strada. Dopo dieci minuti di doccia, si era rivestito, esattamente come si era spogliato poco prima, con gli stessi abiti, e con la testa alla frase da ripetere sicuro alle forze dell’ordine per evitare di suscitare alcun minimo sospetto. Infilò il giaccone e la porta di casa. La doccia ghiacciata aveva spento in lui molte delle ansie provocate dalla valigetta. Non restava che consegnarla alla più vicina stazione di polizia, presto sarebbe tutto finito e lui avrebbe potuto finalmente godere, senza più remore, della sua parte di refurtiva. ‘‘No!’’, pensò ad alta voce Arturo, quando, accingendosi ad aprire il portone, nel chiudersi il giaccone, si rese conto di non aver lasciato a casa il pacco coi suoi soldi. ‘‘Bon… pazienza!’’, si disse, decidendo che sarebbe bastato mettere il pacchetto in un’altra tasca, più sicura di quella interna della giacca, nei pantaloni per esempio.
Quello che successe una volta che Arturo passò la soglia del portone, bisogna immaginarselo al rallentatore: nel giro di qualche secondo successe tutto.
La scena, al momento in cui Arturo uscì dal portone, composta da due situazioni in parallelo, era questa: i quattro agenti, più il sergente in pensione, erano da oramai 15 minuti col dito pronto sul grilletto delle loro pistole, puntate in direzione dell’arrivo del bandito (gli agenti erano tutti e quattro molto “giovani” per un’operazione del genere: erano come in apnea da parecchio, e la tensione andava aumentando ad ogni secondo d’attesa); Arturo apriva ora il portone, accingendosi ad uscirne. I poliziotti gridarono: «Fermo! Mani in alto!». Arturo si bloccò a metà del portone, con un piede dentro il palazzo e uno in strada; aveva in una mano la valigetta e l’altra sul portone che stava spingendo per uscirne. «Getta la valigetta davanti a te, sappiamo chi sei, non fare sciocchezze, e nessuno si farà del male!». «Io.. io… non ho fatto niente! Io… ho solo…» Arturo balbettava, immobile, mentre metteva a fuoco le 5 pistole che lo inquadravano da vari punti della strada. «Tira verso di noi la valigetta, ho detto, e non ti muovere» «Sì, signore… ma per farlo, dovrò pur muovermi, no?! Come posso tirarvi la valigetta senza muovermi? Io sono innocente, se solo poteste abbassare le vostre pistole, vi spiegherò tutto…» «Zitto!, fai come ti diciamo noi!» Arturo tirò la valigetta, lasciò il pesante portone, e, sconsolato, sollevò le mani al cielo, arrendendosi alla sua malasorte.
Qui parte il rallentatore.
Arturo pensò che, anche se avesse convinto i poliziotti che sembravano ora intenzionati a dargli ascolto, se essi avessero trovato la parte dei soldi nella sua tasca interna della giacca non avrebbero mai creduto alla sua versione dei fatti. «Aspettate…ho qualcosa per voi, vedrete che così mi ascolterete meglio» «Fermo!» «Aspettate…» e, mentre abbassava una delle due mani tenute in alto, nell’atto di prendere dalla tasca interna della sua giacca il pacco di soldi, il pesante portone, ora che non era tenuto più da Arturo, gli rovinò addosso, e si chiuse con un bel ‘‘Sbadaboom’’. Il portone chiudendosi lo spinse in avanti; il botto che fece, insieme all’inaspettato movimento in avanti, del portone, e di conseguenza d’Arturo, fecero sparare quattro delle cinque dita armate, quelle giovani, in pressione da troppo tempo sul grilletto per reagire diversamente che con uno scatto nervoso ad uno spavento improvviso; solo il sergente, capendo cosa stesse succedendo, reagì, invece che con la mano, con uno scatto della bocca: «Fermi! Fermi-ii!» gridò, in direzione dei poliziotti. Ma il suo grido fu coperto dal botto del portone e, quindi, dai quattro spari dei poliziotti; Arturo, dopo una breve scossa elettrica – così i proiettili al contatto del suo corpo sembrarono agire su di lui –, si sgonfiò come un vecchio pallone da calcio, afflosciandosi per terra, mentre aveva ancora la mano nella tasca interna della giacca. Tutta la scena non durò più di un minuto. «Merda!» fu l’unica cosa intelligente che uscì dalla sola bocca che non rimase spalancata, quella del sergente.

A seguito di questo episodio, i giornali tornarono a parlare di Arturo, come già accadde per l’episodio delle mutande rubate, ma decisamente donandogli un’altra ‘immagine’: “Ucciso durante un’operazione delle forze dell’ordine, gestita ottimamente dal sergente in pensione Oronzo Spaccarotelle, l’ultimo bandito latitante della rapina al Banco Centrale della Leopolda è stato fermato durante la sua fuga. Il ladro, assassino del poliziotto ucciso durante la rapina, e stato steso al suolo nell’atto d’estrarre la sua pistola da una tasca, uscendo da casa sua, e con ancora la refurtiva tra le mani”. Ma il giornale non diceva tutto.
Quello che il giornale non poteva dire era che l’arma da fuoco, ritrovata nella tasca interna della giacca di Arturo, era stata messa lì dal sergente. Se si fosse appurato che il ladro in fuga era stato ucciso disarmato, i quattro poliziotti avrebbero passato bei guai; e ancor più Oronzo, che si era arrogato il diritto di comandare quell’operazione, pur essendo in pensione. Ma sopratutto si taceva chi Arturo fosse in realtà, uno squallido ladro di mutande da donna, che non poteva certo essere quello che i giornali descrivevano. Arturo non poteva essere contento di come fossero finite le cose, no. Era pur vero, però, che quello che si era augurato, mentre fumava quella sigaretta in quel portone, prima che succedesse tutto, solo due giorni prima, si era poi completamente avverato: aveva ricevuto dei soldi, un’enorme quantità di denaro, piovutigli dal cielo; era passato alla storia, nero su bianco del giornale, come un grosso bandito, fermato solo grazie ad una brillante operazione di polizia; e oggi, grazie a lui, le persone oneste che consegnino alle forze dell’ordine una somma di denaro trovata, sono premiate per legge con una percentuale del 10 per cento del valore totale della somma.
Mentre la sua anima lasciava il corpo, Arturo sorrideva, pensando che i desideri si avverano. Basta saperli gestire.

*Andrea Giramundo

 

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