LE CAMPANE DI VENERE – Racconto

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LE CAMPANE DI VENERE – Racconto 

Bellezza
voluttà degli uomini
rivale delle Dee.

campane di venerePer un investigatore del mistero, non c’è niente di più esaltante che trovare qualcosa che possa stupirlo ancora. Abituato alla delusione del verificare sempre che le varie leggende, su fantasmi mostri o diavoli, non si dimostrano appunto poi altro ch’esser leggende, non potete immaginare la mia felicità nello scoprire, e per caso, un fenomeno al quale nessuna spiegazione razionale sia possibile dare.
Ed è proprio ciò che mi è successo mentre svolgevo una delle mie indagini nella regione della Dordogna in Francia, alla ricerca di qualche castello infestato da fantasmi. In cerca di materiale per il mio ultimo articolo, mi ero oramai arreso all’evidenza che nonostante di castelli fosse piena la regione, nessuno di questi era però infestato da entità paranormali.
Dopo aver visitato l’ultimo di quelli che mi ero prefissato di andare a vedere, il castello di Puymartin, stavo tornando a Parigi a mani vuote o, per meglio dire, con la pagina dell’articolo ancora bianca.
Secondo la leggenda questo castello sarebbe abitato dalla “Dama Bianca”, che altri non sarebbe che lo spirito di Teresa di Saint Clair, una castellana del XVI° secolo trovata a letto con l’amante dal marito tornato improvvisamente dalla guerra.
Quest’ultimo, per punirne l’infedeltà, pare abbia rinchiuso la donna in una torre del castello per gli ultimi sedici anni che le restarono da vivere. L’amante, con lei trovato a letto, il povero stalliere del ricco signore, fu gettato vivo in fondo al pozzo, che si trovava e si trova tutt’oggi, nel centro della corte centrale della struttura, proprio ai piedi di quella torre prigione dell’adultera cortigiana.
Lo spirito della donna sarebbe così, dal giorno della sua morte, sceso ogni notte da quella torre fino al pozzo, forse nella ricerca di ritrovare il suo amante perduto nel fondo.
Inutile dirvi che di dame, che siano state vive o morte, nella settimana che restai a dormire presso il castello, non ne vidi nemmeno l’ombra. Certo, rimanere soli a dormire in una fortezza così grande ed isolata, che per quanto bella di giorno era pur sempre spaventosa al calare della notte, foss’anche solo per la suggestione data dalla leggenda stessa, avrebbe potuto influenzare chiunque a scorgere delle presenze anche nel minimo rumore o alito di vento; ma durante tutto il tempo che vi passai, le sole presenze che vidi al castello, oltre al guardiano, furono le anatre che libere giravano di giorno per i giardini.
Sarà forse per questo che, rassegnato all’ennesima finta leggenda, sulla strada del ritorno verso casa, fui preso da un’incredibile voglia di magret de canard (piatto a base di anatra, buonissimo, se non tipico, nella regione). Mi decisi di provare un ristorante, che dall’inizio del mio viaggio in Dordogna, mi veniva puntualmente consigliato dalla mia ragazza, ogni qual volta parlavamo al telefono. Pauline è originaria della regione e una buona forchetta, e siccome, a quanto pareva viste le volte che me lo ha ripetuto, teneva parecchio al fatto che io provassi questo ristorante, mi decisi finalmente ad andarci.
Il ristorante, gestito dall’arzilla Amanda, era un’istituzione oramai nella regione, e da parecchio tempo: l’anziana donna lo aveva aperto quando si era trasferita in Francia dalla Scozia, almeno 25 anni prima, quando anziana ancora non era, e sin da subito si è rivelato una delle trattorie migliori della zona.
Non starò a raccontarvi la bontà del menù, anche perché non ho nessuna intenzione, con questo articolo, di passare da giornalista del mistero a critico culinario; non vi descriverò nemmeno il bellissimo quadro che il paesino dipingeva tutto intorno al dehors; vi dirò solamente che, se vi trovate a passare da Segur-le-Chateau, dovete assolutamente andare da Amanda a provare le sue specialità.
Ciò che per me fu veramente prezioso però, furono le parole della proprietaria: ero l’unico cliente e quindi l’unica possibile compagnia per Amanda, e per questo iniziammo subito una piacevole conversazione. Conversazione che da piacevole diventò ancor più interessante quando, con il suo bel accento e una volta scoperta quale fosse la mia professione, mi disse, come illuminandosi tra le dolci rughe del suo viso: – Ah beh, se è il mistero che v’interessa, allora, prima di rientrare nella capitale, dovete per forza passare al piccolo borgo di Saint-Cyr-les-Champagnes: là sì, che troverete qualcosa di veramente misterioso!
Di solito, quando mi si dice così, do per scontato d’imbattermi nell’ennesima falsa credenza popolare, nel migliore dei casi, se non in una persona che abbia voglia di parlare, di attirare l’attenzione e farmi perdere tempo; questa volta però, sarà stata la bontà della sua cucina, forse lo sguardo che mi fece nel dirmi così, ma mi decisi nel credere ad Amanda. E poi, un ultimo articolo per la rubrica lo dovevo pur fare.. non so perché, sentivo che quello che mi avrebbe potuto raccontare poteva essere il degno soggetto di questo articolo.
Il paesino, oramai da tempo abbandonato dalla gioventù che va verso i grandi centri urbani per studi e poi ci rimane per lavoro, conta oramai non più di 200 abitanti; solamente durante il periodo estivo vive tempi migliori grazie al passaggio di turisti e dei vari ‘figliol prodigo’ che tornano a casa per le vacanze. In particolare il paese sarebbe conosciuto per una chiesa medioevale, della quale s’ignora la storia ufficiale, che risulterebbe molto affascinante come meta turistica, per i bizzarri affreschi che ne decorano gli interni. Nonostante l’apparenza romana, presenta al suo interno una particolarità che ne motiverebbe la notorietà: i vari affreschi, conservati ancora in ottimo stato nonostante nessuno li abbia mai restaurati, raffigurano tutti una donna. Sebbene non ci siano immagini di Gesù o di qualche santo, fin qui non ci sarebbe niente di male, se la donna in questione fosse la Madonna. Ma proprio qui sta la stranezza del posto: invece della Santa Vergine, i disegni raffigurerebbero tutti la dea Venere, celebrandone l’immagine anche con quelle che sembrano riproduzioni di quadri famosi, che, però, sarebbero molto più recenti di quanto sarebbero risultate le riproduzioni stesse dopo esame d’invecchiamento. Se quindi, già di per sé, fa strano vedere una chiesa romana cattolica, con disegni celebranti una Dea pagana, immaginate l’effetto che possa fare, a chi decida di visitarla, di trovare sulle sue mura riproduzioni di quadri come ‘La Venere e Giove” di Paolo Veronese, o ancora de “La nascita di Venere” o “Venere e Marte” del Botticelli…
Ma non era questo, o per lo meno non solo, il mistero a cui faceva riferimento la gentile Amanda. Come vi ho accennato, il paesino, grazie alla chiesa, conosce un buon viavai turistico durante l’estate; alcuni di questi turisti, amanti del sud della Francia, trovano qui il posto perfetto, originale e caratteristico al tempo stesso, dove sposarsi. La cosa bizzarra, qui il vero fatto inspiegabile, è che, negli ultimi 10 anni, ben 5 dei 20 matrimoni celebrati, si son poi trasformati in un funerale: le cinque più belle spose, tra le fanciulle che nel tempo hanno scelto questa località per sposarsi, son morte il giorno stesso del loro matrimonio, senza avere avuto il tempo di scambiarsi le fedi con quei mariti, che prima ancora di rendere tali hanno lasciato vedovi.
Uno scrittore inglese, mi ha continuato a raccontare Amanda, avrebbe scritto di questi incidenti. Invitato ad uno di questi matrimoni, diventati funerali il giorno stesso, una volta ascoltato il racconto d’altri fatti simili avvenuti sempre nella stessa chiesetta, era rimasto incuriosito da alcune coincidenze che avrebbe poi riscontrato facendo alcune indagini al riguardo. Pare che tutte le ragazze morte avessero in comune 7 difetti fisici, che vengono chiamati ‘buchi’ o ‘ali’, quando usati per definire alcuni tratti caratteristici della famosa Dea Venere. Le spose cadavere, infatti, secondo le indagini dello scrittore inglese, erano tutte bionde naturali, ma con un colore differente all’attaccatura dei capelli; avevano tutte il dito medio della mano che misurava non poco più del palmo; pur essendo giovani e bellissime donne, avevano dei leggerissimi segni della pelle intorno al collo, che sembravano rughe circolari; avevano il cosiddetto piede alla greca, con il secondo dito visibilmente più lungo dell’alluce; presentavano tutte un leggero strabismo; tutte avevano corpi atletici con marcate linee addominali molte ben definite, ma leggermente oblique rispetto al busto del corpo; avevano, infine, tutte le cosiddette fossette di Venere, ovvero due piccoli incavi simmetrici, posizionate poco sopra il fondo schiena. Lo scrittore aveva indagato su tutti questi particolari, proprio perché incuriosito dalle opere presenti nella chiesetta e raffiguranti la dea pagana, volendo dimostrare come ci fosse un legame tra esse e il fatto che fossero sempre donne bellissime a morire nel giorno del loro matrimonio, e tutte in circostanze misteriose che non hanno mai trovato colpevole o soluzione finale.
Ho però deciso di non andare a ricercare questi scritti, per lo meno non prima d’essermi fatto da solo un’idea dei fatti, per non lasciarmi influenzare.
Pagai, e salutai la simpatica ristoratrice. Non so se a causa della storia appena raccontatami, o per l’inizio della digestione di tutto quel che mi aveva servito, ma nel congedarmi da Amanda, un brivido subitaneo mi percorse la schiena, quando lei, prendendomi le mani per tenerle unite insieme nelle sue in quello che sembrò tanto un toccante addio, mi disse che del resto non c’era niente di strano, forse, in questi avvenimenti misteriosi, in quanto è fatto a tutti noto che la Bellezza sia acerrima rivale delle Dee.
Capite bene come, ascoltato tutto ciò, eccitato come un bambino che non vede l’ora di aprire un regalo di cui ancora ignora il contenuto, mi diressi subito verso il paesino di Saint-Cyr-les-Champagnes.

Il villaggio si sviluppa come abbarbicato ad una piccola collina, ed è come se fosse diviso in due parti: in alto, a scendere, le vecchie case in pietra delle famiglie che abitano il paese da sempre; in basso, intorno alla base dell’altura, si sono sviluppate nel tempo, le villette a schiera di nuova generazione, all’americana, che tanto piacciono ai giorni nostri, tanto brutte quanto uguali, che ospitano generalmente i turisti o comunque gli stranieri che trovano qui l’ideale casa di campagna per le loro vacanze estive.
Le due parti sono divise da un piccolo bosco, una parte di natura lasciata selvaggia, che ospita l’antico cimitero del paese; la famosa chiesetta è alle spalle di questo cimitero, protetta da un fitto e alto muro d’alberi.
Sulla sommità estrema del colle, in fine, un vecchio castello, di cui non sono riuscito ad individuare uno stile preciso, forse a causa dei vari lavori di restauro e ammodernamento che ne hanno nel tempo modificato irrimediabilmente la struttura. Il castello, in ottimo stato, permette una vista magnifica su tutta la vallata intorno: ospita, nel bel giardino interiore, l’unico ristorante del villaggio; affitta camere ai turisti che si trovano a passare di qui e che non vogliono soggiornare nella zona moderna; ed è la location dove si svolgono i ricevimenti e i banchetti per i non pochi matrimoni.
Questo, nel breve, quello che ho potuto vedere e capire del villaggio una volta arrivato in cima per cercare una stanza. La chiesetta, che mi sono subito diretto a vedere non appena lasciate le valige nell’unica camera disponibile del castello-ostello, era effettivamente come descrittami dalla ristoratrice: una vera chiesetta romana in pietra, piccola e robusta, che presenta all’esterno una struttura pulita e semplice, e che cela al suo interno stupendi affreschi che ricoprono quasi tutte le pareti. Tutte le immagini raffigurano una donna, la Venere, con disegni dei più diversi stili, da tratti che si potrebbero definire stilizzati, fino alla riproduzione delle più recenti opere che hanno reso ancor più famoso il mito della Dea ai giorni nostri. Indubbiamente, colpiscono l’attenzione le riproduzioni di dipinti famosi, come quelli del Botticelli, che sembrano effettivamente datare più delle opere stesse; per chi però non fosse appassionato d’arte come me, una cosa certamente colpisce tutti, almeno chi una volta nella sua vita sia mai entrato in una chiesa: nemmeno un’immagine di Gesù, d’un santo o della Madonna, era rappresentato; nemmeno uno dei più classici simboli della religione cristiana era presente.
A vederla era una delle classiche chiesette di pietra costruite durante l’XI° secolo dai romani che si erano ben insediati nella regione, ma sembrava una chiesa sconsacrata, ora dedicata ad un culto non più cattolico; come mi aveva perfettamente descritto la ristoratrice scozzese.
Mi son detto che, visto che comunque qualche matrimonio viene qui celebrato, il parroco, che viene magari da qualche paese vicino per officiare la funzione, porterà con sé di volta in volta almeno un crocefisso.
A Saint-Cyr-les-Champagnes i giorni passano monotoni, con il ritmo lento a seconda delle stagioni. Nella parte vecchia del paese, i pochi abitanti che ho incontrato in questi due giorni, sembrano attendere serafici il passare del tempo. Seppur tutte le vecchie casette in pietra abbiano il proprio bel giardinetto, spesso ben coltivato ad orto, nessuno sembra mai occuparsene, o quantomeno io non vi ho mai visto lavorare nessuno. Durante le mie passeggiate infatti, tutte le volte che ho incontrato qualcuno, questi era, o seduto o in piedi, sempre di fronte alla sua porta, sotto il porticato d’ingresso, come aspettando qualcuno passare o, più semplicemente, aspettando che passasse il tempo. Quando passo io, mi seguono con gli occhi, seppur senza mai cercare il mio sguardo e, raramente, alzando un braccio, fanno un gesto che, ogni volta, più che di saluto mi è sembrato di minaccia.
Dal primo momento ho sentito come se i turisti, pur essendo l’unica fonte di vita del paese, non siano ben accetti da chi in paese ci vive da sempre.
Le persone sembrano vivere qui isolate dal resto del mondo, da sole con loro stesse. Non sembrano avere interessi, sopratutto non sembrano interessate a comunicare col mondo esterno: da nessuna parte, se non a qualche chilometro fuori dalla comune, ho trovato campo per il telefono; l’unico modo di comunicare è attraverso internet, che grazie a Dio il castello ha, ma che dubito gli abitanti di qui abbiano nelle loro case.
Del resto, non sembrano comunicare nemmeno tra loro: mai mi è capitato di incontrarne due che parlassero insieme, anche quando ne scorgevo una coppia, magari un marito e una moglie, nella solita posizione fuori casa, mai che si scambiassero una parola.
Ogni persona qui è un mondo chiuso su se stesso, come del resto le loro case: quelle che pur sembrano abitate appaiono, persino più che chiuse, barricate al mondo esterno:
alle finestre, sempre le persiane chiuse; le porte di casa mai lasciate aperte; impossibile vedere l’interno di alcuna di esse.


 

A: [email protected]
Oggetto: Ciao Amore

Ciao Amore,
non mi hanno rapito, solo son finito in un paese dove il telefono non trova campo da nessuna parte; te lo dico nel caso tu stia da un paio di giorni provando a chiamarmi. Sai che per me non è certo un dispiacere restare senza telefono qualche giorno, ma vorrei raccontarti di qui, con calma (il telefono fisso del Castello è fuori uso da qualche giorno). Potrei chiamarti con Skype, ma ho scelto di scriverti una mail: pur non avendo il fascino delle lettere d’una volta, preferisco: ho molte cose da raccontarti e scrivertele mi permette, mentre lo faccio, di prendere appunti anche per me.
L’ultimo castello che dovevo visitare, di cui ti ho accennato l’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono, come immaginerai bene, non ospitava nessun fantasma; ho quindi deciso, prima di tornare a casa, di provare il ristorante di cui mi hai tanto parlato. E avevi ragione, è buonissimo. Ed è proprio il ristorante, o meglio Amanda la proprietaria, la ragione per cui non sono ancora tornato, ma mi sono fermato da qualche parte per strada. È una signora, che magari sarà anche stata una bella ragazza una volta, ma che adesso ha più di sessant’anni: non farti strane idee 🙂
Come sai devo scrivere questo benedetto articolo per chiudere la rubrica “I misteri dei castelli in Francia” (…) e ho forse trovato qualcosa che fa al caso mio, finalmente. Ti allego quindi la bozza che ho incominciato a scrivere -non so se ne farò un articolo o cosa-, per farti un po’ il riassunto di questi giorni che non ci siamo sentiti, e per farti capire cosa sto dicendo; leggila prima di continuare la mia mail 😉

*il lettore già conosce la bozza in questione, sono le pagine che precedono questa mail

Come avrai capito, è la chiesetta il motivo del mio fermarmi qui, e anche se al momento non sembra niente di più di una bizzarra attrazione per turisti, sento che qualcosa di buono ne potrebbe uscire. Ho deciso quindi di fermarmi ancora qualche giorno. Oltretutto, sono stato invitato al ricevimento per un matrimonio che si terrà qui tra qualche giorno. Sì, nonostante gli abitanti del villaggio, tutti, siano come ho descritto, sono riuscito a trovare compagnia nel castello-ostello dove ho preso la camera. Il vecchio proprietario, persona inaspettatamente cordiale e ciarliera, al contrario di tutti i paesani dei quali lui stesso mi ha confermato le mie impressioni, è diventato l’unica persona con la quale, nelle sue pause dal lavoro, scambio qualche parola. Lui e il castello, sono gli unici resti di un’antica nobiltà che abitava qui una volta, e che ora non esiste più. Oramai quasi tutto l’albero genealogico di quegli antichi fasti, ha i rami cresciuti in terre straniere.
Sarà per il fatto che trovare qualcuno con cui parlare, qui, non sia impresa facile, sarà che gli sto particolarmente simpatico, ma l’anziano proprietario dell’albergo mi ha raccontato la vita di tutta la sua famiglia, oltre che spiegato come funzioni il castello nelle stagioni in cui è attrattiva turistica. Durante il periodo estivo, quando il castello è aperto al pubblico, come adesso per esempio, l’attività funziona grazie alla scuola alberghiera della vicina città, che manda qui i suoi tirocinanti per poter far funzionare l’hotel e sopratutto il ristorante.
E proprio parlando parlando, sopratutto per la stima che dice di avere degli scrittori, che Henry, questo il nome del proprietario, mi ha invitato al ricevimento per il matrimonio di sua figlia che si terrà qui sabato. La figlia, che dovrebbe arrivare stasera, a detta del padre bellissima ragazza oltre che intelligentissima, abita in Canada dove vive da anni; a Montreal, dove ha conosciuto l’uomo della sua vita e ha deciso di celebrare qui il loro matrimonio. Con tanti turisti e non solo canadesi che scelgono questo luogo, sarebbe stato in effetti stupido che lei, che ne è in fin dei conti la proprietaria, non avesse scelto il castello e la chiesetta di Saint-Cyr-les-Champagnes per il suo.
L’unica nota triste è che, tra i tanti racconti fatti da Henry, non abbia accennato nemmeno una parola riguardo gli strani incidenti che avrebbero nel tempo sconvolto i diversi matrimoni qui celebrati; mi son detto però che, più che non esserne a conoscenza, cosa alquanto improbabile, il vecchio proprietario non abbia voluto crederci o non voglia dar adito a leggende mal auguranti, proprio a qualche giorno dal matrimonio di sua figlia.
Per ora, l’unica cosa veramente inquietante, è l’aiutante tutto-fare del proprietario: non saprei dirti che età abbia, di certo però non è più un ragazzo da tempo. Dovresti vederlo, ricorda tanto il gobbo di Notre Dame della favola, in versione gigante: non tanto per la gobba -nonostante abbia la schiena un po’ curva non si può definirla certo gobba-, ma per il modo di camminare; Per il fatto che non l’ho mai visto in giro per il castello intento a far qualcosa, ma ogni volta che parlo con Henry, appena finito, quando mi ritrovo da solo a guardarmi in giro, me lo ritrovo sempre vicino, senza riuscire mai ad accorgermi prima del suo arrivo. E come il gobbo di Notre Dame, va sempre vestito come d’un saio francescano che su di lui però sembra più un enorme sacco di patate. E come se vivesse nascosto in qualche anfratto del castello…. non son ancora riuscito a sentirne la voce. Di lui, Henry, si è solo limitato a dire che è un caro “ragazzo” e che si chiama Uberto, che vive da sempre qui, prima come vicino di casa insieme alla sua famiglia e poi, quando rimasto improvvisamente orfano da ragazzo, ha cominciato a lavorare presso il castello; che non parla mai con nessuno e che è una persona molto riservata; che non si cura e si lascia andare, per questo avrebbe oggi questo aspetto da barbone, come d’eremita, nonostante un tempo fosse stato pure un bel ragazzo. Non è tanto il suo esser schivo ad inquietarmi, anzi, mi spaventerebbe il contrario vista la media del paese, ma più il fatto che, pur non accennando mai la volontà di parlarmi, ogni volta che incontro il suo sguardo, che trovo sempre misto d’allarme e stupore, sembra sempre volermi chiamare per dirmi qualcosa; cosa che però poi non fa mai, ma continua a guardarmi immobile fino a che io, imbarazzato, devo voltare i miei occhi da qualche altra parte. Le volte che ho provato ad avvicinarlo, non ci sono mai riuscito: solo all’incamminarmi nella sua direzione, l’ho sempre visto voltarsi e sparire in direzione opposta alla mia, con passo veloce, quasi scappasse.
Ora, non dico che spero che al matrimonio succeda qualche disgrazia… ma se non riesco a trovare qualche testimonianza sui fatti passati, se non avverrà niente nei prossimi giorni, nonostante la bella scoperta del villaggio, rimarrò comunque senza articolo… staremo a vedere.
Bon.. vado, mi faccio una doccia, che dopo scendo a mangiare.
Ti scrivo domani dopo il ricevimento, vediamo se vedo qualche fantasma…
intanto speriamo almeno di vedere la sposa 🙂

un bacio,
A.


 

A: [email protected]
Oggetto : Eccomi !

Ciao Amore, sono appena rientrato dal ricevimento, non mi hai ancora risposto da ieri, spero tutto bene.
Allora, la festa… non ti ho spiegato, immagino ti sembri strano una festa a due giorni dal matrimonio, che da quello che ti racconto capirai bella come un vero e proprio ricevimento nuziale, ma senza che i due sposi lo siano ancora ufficialmente. Qui è usanza dare una festa ufficiale, una sorta di fidanzamento pubblico e annuncio di matrimonio, a due giorni dal matrimonio stesso, con una festa solenne. La cosa divertente è che, non poche volte, è capitato così di avere, se non gli sposi che visto il momento importante della loro vita riescono magari a tenersi di più, non pochi invitati che sono dovuti mancare al ricevimento vero e proprio perché indisposti ancora dei postumi del giorno prima.
In effetti è stata una bella festa, ben preparata, molto ben riuscita: personalmente, io e te, abbiamo partecipato a non pochi ricevimenti di matrimonio molto inferiori a questo di oggi, pur non essendo di ‘gente di campagna’..
Su tutte le mura intorno al castello erano poste enormi ghirlande di fiori, che ne facevano il contorno fino l’apertura del grande cancello centrale, dove sopra campeggiavano scritti, sempre di fiori, i nomi dei due festeggiati : Julie e Pier.
Tutta la festa era organizzata per svolgersi all’interno delle mura del castello, ma all’esterno dell’edificio, all’aperto nel grande giardino della struttura; era presente molta gente, che si vedeva chiaramente distinta in due classi : i paesani tutti invitati dal padre, con il vestito buono della domenica, erano folkloristici ma non volgari ; e gli amici della coppia, tutti stranieri venuti per l’occasione, ed elegantemente vestiti, avevano un aria di buona società, ma colta e artista, non borghese ed arricchita. Sì, subito entrando mi son detto che sarebbe stata una buona festa, e dopo alcune settimane in giro da solo per castelli talmente vuoti da non ospitare nemmeno un fantasma, avevo voglia d’un pò di movimento.
Mi stavo proprio divertendo, forse, come al solito, avevo già bevuto un po’ troppo. Nel grande giardino, a partire dalla veranda installata per l’occasione, disposti per almeno 20 metri in fuori verso la vallata, una distesa di tavoli rettangolari, che allineati tutti con la loro candida coperta bianca, diventavano un lunghissimo rettangolo bianco e fino. Sopra, una serie infinita di portate dalla presentazione che mi ha colpito subito: non artistica, ma… genuina, di una bellezza, che se si parlasse di pittura non esiterei a definire classica, con piatti e pietanze tipiche e locali, accompagnati da favolose leccornie tropicali. Il tutto alternato da tavoli per il bere : vino, birre, infiniti i super-alcoolici, succhi di frutta in brocche di vetro ; acqua e ghiaccio in grandi caraffe d’argento. Il tutto coperto da una sorta d’enorme gazebo bianco. Una vera festa. Quantomeno, in questa zona, culinaria. E c’era anche la musica dal vivo, una band composta di 5 persone tutte vestite di bianco, che portava in giro fra gli invitati, una sorta di jazz manouche molto originale; ma ancora nessuno ballava. Qualcuno, tra cui io tra i primi, si decise a rompere il ghiaccio e cominciare, educatamente ma in maniera convinta, ad approcciare il tavolo più vicino. Se non la musica, le ricche pietanze erano riuscite a far aprire le danze. Deciso a scegliere bene da che parte cominciare, mi ritrovai in fondo al lungo tavolo, senza minimamente aver guardato in realtà cosa ci fosse su questo infinito e ghiotto rettangolo in esposizione ; sperduto, probabilmente con l’aspetto d’un ebete in cerca del suo amico immaginario, mi ritrovai così, con il mio piattino in mano ancora vuoto, con tutto negli occhi ma senza aver visto niente. Una voce all’improvviso mi ha riportato alla realtà: senza capirne la provenienza, ho cercato di mettere bene a fuoco ciò che era lì intorno a me, ma senza riuscire a capire chi mi stesse chiamando, o se era proprio me che stavano effettivamente chiamando. Quella sensazione che si ha quando ci si sente chiamare, si crede di sentire il proprio nome, senza esser convinti poi che stiano chiamando proprio noi, in quanto nessuno ci stava aspettando, in un posto dove nessuno dovrebbe in teoria conoscerci, e sopratutto perché non si riesce a capire da dove quel richiamo arrivi.
Tra altissime siepi, che sembravano piuttosto immense verdi mura viste le loro dimensioni, e che partivano subito dopo la zona del rinfresco per qualche metro fino ai castagni in fondo, c’era come una porta disegnata, intagliata tra quei rovi imponenti. Là, un uomo che, seppur doveva essere molto alto e prestante per chi lo avesse guardato da vicino, sembrava piccolissimo in quel quadrato ricavato tra le spine, sotto la penombra di quell’innaturale cavità, resa ancor più grottesca per il contrasto con l’impressionante pallidezza del suo viso. Cercando di farsi notare il meno possibile dal resto degli invitanti, per quanto sia possibile ad una persona che cerca di richiamare l’attenzione di qualcuno, stava cercando di chiamare proprio me. Con gli occhi, con la mano, con strani versi della bocca, mi ha fatto capire che voleva che gli andassi vicino. Mi sono avvicinato. Altissimo, almeno venti centimetri più di me, enorme, aveva però in contrasto con la sua figura, uno sguardo da cucciolo abbandonato, che più che tenerezza, al solo scorgerlo, mi  ha riempito immediatamente di un forte senso di malinconia. E sai chi era amore ? Era Uberto, lo strano guardiano tutto-fare della tenuta che ti ho già descritto, e che stava chiamando proprio me.
Due piccoli ma profondissimi occhi neri, centrati in una faccia che più che bianca era gialla, erano circondati da occhiaie circolari tutt’intorno, come linee di un tirassegno dalla infinita tristezza. Aveva l’estremo pallore d’una persona in grave stato di salute, o quanto meno vittima d’una profonda depressione. Non aveva un pelo sul viso, ma non nel senso che non aveva barba o baffi, no: non aveva nemmeno un capello, un sopracciglio, nemmeno una ciglia: era completamente glabro.
« Scusi il disturbo, posso rubarle giusto due minuti ? Avrei qualcosa da dirle e –nel continuare la frase, con una mano che vedo subito enorme, mi indicava con il palmo l’altra parte di giardino, come farebbe un padrone di casa nell’invitarvi ad entrare a casa sua, mentre si voltava con aria circospetta-, non vorrei che qualcuno possa sentirci e fraintendere le mie parole. Prego… »
Con le sue grosse mani mi ha avvolto dall’alto intorno alle spalle, spingendomi in maniera molto educata con la sua prestanza fisica a passare quella porta, guardandomi con un sorriso che più che rassicurante sentivo minaccioso.
In quel momento, in quel preciso istante, una cosa mi fu subito chiara : avrei cominciato dall’aragosta, sì, un bel grande e rosso crostaceo sarebbe proprio stata la mia prima portata.
Mi ero deciso comunque di dedicare due minuti a quel misterioso personaggio, foss’anche solo per curiosità. Visto il modo in cui mi si palesò, sembrava proprio avere qualcosa d’importante da dirmi. E dall’inizio questo personaggio destava troppa curiosità in me per non fermarmi ora a conoscerlo un pò, proprio adesso che ne avevo l’occasione. Passato quel varco tra le enormi piante, mi son ritrovato in un altro giardino, che sembrava più un cortile verde rinchiuso tra quattro alte pareti di spine, al cui centro c’era un pozzo, che seppur dava subito l’idea di essere molto antico, era perfetto e aveva l’aspetto d’esser appena stato costruito : si sarebbe detta l’imitazione di un vecchio pozzo del passato, molto ben fatta.
E su questo pozzo, parlando e camminando, arrivammo a sederci. Non ti sto a raccontare i dettagli della conversazione che cominciammo, anche perché in realtà fu un monologo al quale oramai mi ero costretto ad assistere fino in fondo : mi ha tenuto lì almeno venti minuti ad ascoltarlo senza mai lasciarmi il tempo di dire qualcosa. Sembrava un disperato che aveva assoluto bisogno di confessare qualcosa di terribile e che finalmente avesse trovato un’anima pia disposta a starlo a sentire.
Per fartela breve, cominciò a parlarmi della sposa, di quanto fosse bella oggi. Lui, la conosceva da sempre, da quando aveva tre anni e i suoi genitori cambiando casa, andarono ad abitarle vicini. Avevano la stessa età. Furono dal primo giorno migliori amici, passavano il tempo giocando, facendo le prime marachelle e prendendo le prime punizioni insieme, come tutti i bambini di campagna. E come spesso avviene per storie d’infanzia di questo tipo, nell’evolversi in età adolescenziale, per almeno uno dei due, come da copione, quell’amicizia divenne amore. Almeno per uno dei due ; e indovina chi fu dei due a innamorarsi perdutamente dell’altra ? Beh, il nostro misterioso personaggio. Mi ha fatto capire che lei mai contraccambiò questo sentimento, se non con le normali effusioni che una ragazza ritiene consone ad un bellissimo rapporto d’amicizia. Lui ne stava diventando pazzo, in quell’età dove i problemi di cuore sembrano reali problemi di vita. Con gli ormoni in piena esplosione… E lei non se ne accorgeva nemmeno. Anzi, lei, convinta di vedere in lui la sua ‘migliore amica’, col passare del tempo cominciò a parlargli anche dei suoi primi fidanzatini. Lui non ne approvò nemmeno uno, mai. Col passare del tempo e col finire degli studi, le loro vite un giorno si separarono definitivamente : lui rimase a lavorare per il padre di lei, e lei partì con la voglia d’imparare e viaggiare pel mondo. E ora lei si sposava, con un’altro che non era lui…
Preso finalmente un momento per respirare, risse un silenzio, una pausa dopo il racconto della sua vita in meno di mezz’ora. Ancorato al bordo del pozzo, come se ci si stesse sorreggendo per non cadere, aveva lo sguardo fisso e profondo, perduto nel fondo. Non capivo se si stesse perdendo nel pozzo della malinconia, della gelosia, forse solo in quello dei ricordi di tempi andati ; ma sicuramente in quel momento per lui quel pozzo non era di felicità. Lui ora voleva parlarle, dirle qualcosa, ricordarle di Loro due… ma lei non sembrava nemmeno riconoscerlo più, lo guardava con un misto di stupore e afrore come fosse veramente il pazzo che tutto il paese andava raccontando.
Lei non poteva tradirlo così, no!, a lui non poteva proprio fare una cosa simile : da bambini, in quello stesso prato, una volta, che rimase per sempre incisa nella memoria di Uberto, lei gli aveva promesso che un giorno da grandi loro due si sarebbero sposati. Ma si sa che, spesso, promesse del genere fatte in gioventù, sono solo un modo di dire tra amici che si vogliono molto bene, almeno per chi poi non ci crede davvero…
In una rabbia disperata, arresa all’evidenza, ricacciando indietro qualche lacrima amara, si voltò di scatto verso l’ingresso dal quale eravamo entrati in quel giardino surreale : « non può farmi questo ! Mi scusi… » e senza dire altro, e senza più riuscire a guardarmi negli occhi, se ne andò, lasciandomi solo, lì a quel pozzo, con un piatto vuoto in mano.
Mah, che dire… non avevo niente da dire in quel momento. All’inizio mi son detto che il guardiano era solo un pò brillo e rancoroso per un amore passato, forse nemmeno esistito se non nella sua testa, e stesse straparlando ; ora, però, che son rientrato in camera e ti sto scrivendo, i suoi occhi e le sue parole danno un ricordo diverso, quelle parole mi fan quasi paura, dette da quel soggetto così strano e misterioso. Sarà che mi son messo a buttare un occhio ai casi di morte irrisolti nella regione, e alcune delle descrizioni delle belle sposine morte son veramente agghiaccianti oltre che veramente assurdo il modo in cui sarebbero morte. Tra l’altro, finalmente oggi ho visto, e bene anche, la sposa, Julie, la figlia di Monsieur Henry. Tornato verso il rinfresco, con la testa più a cosa avrei mangiato e bevuto che a quello appena ascoltato dal nostro guardiano misterioso, non vidi più quello strano personaggio da nessuna parte.
La musica s’interruppe improvvisa, e dal palco alle mie spalle mi arrivò soave la voce di una dea. Questa voce aveva scatenato in me una reazione magnetica, come irresistibilmente attratto da una stregoneria dolcissima, mi voltai e vidi che era la voce della sposa, che stava per fare un discorso agli invitati, che mi fece voltare e mi attirò verso lei, come la stupenda e stregata melodia d’una sirena. E così come me stavano già facendo tutti gli altri invitati. Già disposti a semicerchio, quasi tutti intorno al palchetto. Amore, avresti dovuto vederla, era bellissima, una delle ragazze più belle che abbia mai visto, ovviamente oltre a te, amore mio…. ma, scherzi a parte, era veramente una Venere, e questo fu quello che pensai subito, non appena la vidi da vicino; lei cominciò a parlare. Non ti riporto le parole ché credo tu possa immaginare in cosa consista un discorso fatto alla festa per il proprio matrimonio, ma se potessi ti riporterei la sua bellezza, sembrava illuminata di luce propria, una luce che irradiava tutt’intorno a lei, come se fosse lei stessa a emanarla…
Visto che veramente, al momento che la vidi, mi venne immediato in testa il paragone con la dea Venere, mi rivenne alla mente anche la storia della chiesetta, delle misteriose morti successe in passato, e in particolare le varie inchieste fatte poi dal giornalista inglese. Amore, guardai bene Julie la futura sposa : aveva tutte le caratteristiche che si danno all’immagine della famosa dea, quei sette caratteristici difetti che fanno l’unicità della sua bellezza ; e che tu conosci bene perché ogni volta ti prendo in giro perché anche tu hai tutte le carte fisiche in regola, per essere una Venere.
Subito mi tornarono in mente le ultime parole di Amanda al suo ristorante: La bellezza è nemica delle Dee… e pensai, che se la Dea Venere avesse potuto ora vedere quanto era bella la sposa, e come tutti la stessero guardando, come imbambolati nel scorgere improvvisamente ciò che incarna come mai prima il concetto stesso di bellezza, beh, la Dea avrebbe avuto ben donde d’esserne gelosa.
Per il resto niente, con la sposa non riuscii a parlare, a dire il vero poi non la vidi nemmeno più, lo sposo me lo presento Henry, ma per portarlo poi subito oltre, da un gruppo di suoi amici ; e lo stesso Henry era troppo occupato per poter far compagnia a me. Ho deciso quindi dopo qualche altro bicchiere di salire in camera e scriverti. Ho voglia di leggere, e avrei anche più voglia di riuscire ad avere del materiale per scrivere il mio ultimo articolo : la vergine sacrificale, bellissima Venere, ce l’ho, i precedenti di morti misteriose pure, non scordiamoci il personaggio grottesco del guardiano…
Al massimo domenica sera, comunque, sono a casa. Tra l’altro amore ho guardato i treni, se hai voglia, potresti venire anche tu per il matrimonio partendo domani sera dopo il lavoro, col treno in 3 ore saresti a Brive e in mezz’ora potrei venire a recuperarti, e poi potremmo tornare insieme con la mia macchina il giorno dopo… anche se sconsigliano sempre d’andare ad un matrimonio con la propria fidanzata, che ha da tempo voglia di sposarsi 🙂

dai, nel caso scrivimi e ci organizziamo…
Io leggo qualcosa e dormo, che voglio svegliarmi presto domani mattina.

Bacio, bonne nuit piccolina.


 

Non riusciva a prendere sonno in nessuna maniera. Era come se fosse agitato per qualcosa, come se fosse lui a doversi sposare. Da qualche tempo sentiva che Pauline si attendeva da lui la fatidica domanda: mi vuoi sposare?… ma ne avevano già parlato. Lui non apprezzava questi riti del passato, così come le spiegava sempre, e non vedeva il senso di dover fare d’un amore, un contratto firmato, solo perché, in società, si fa così. Con il tempo, Pauline era riuscito a convincerlo che per lei era una cosa molto importante, il matrimonio era una cosa alla quale la sua famiglia, e quindi lei, tenevano parecchio: senza, mai i genitori di lei le avrebbero dato il loro consenso a crearsi una famiglia. Avevano così deciso che lo avrebbero pur fatto un giorno, quando il lavoro di lui lo avesse fatto viaggiare di meno, o le cose tra loro sarebbero potute essere più stabili. Nonostante ogni volta Marcus cercasse qualche nuova scusa per rimandare la cerimonia, non per mancanza di amore nei confronti di Pauline, ma per rigetto d’un costume che non sentiva come suo, suo malgrado, il momento si stava finalmente avvicinando. Indipendentemente dal fatto che il vivere da vicino un matrimonio, lo rendesse particolarmente nervoso per la decisione riguardante il suo futuro, o quale che fosse la ragione, di dormire non se ne parlava proprio; provò più volte a leggere qualche pagina d’un libro, ma dopo poche righe perdeva la concentrazione. Continuando a non capire da cosa fosse realmente distratto, appoggiò il libro sul letto a fianco a lui e si mise a guardare fuori dalla finestra i nuvoloni grigi che si vedevano riunirsi sempre più minacciosi, attorno alla luna nello sfondo della nera notte. Improvvisa una forte folata di vento spalancò le finestre socchiuse, una bell’aria fresca si diffuse subito per tutta la stanza, e, dall’odore carico di pioggia Marcus capii che le nuvole erano realmente intenzionate a portare a termine la loro minaccia. Come spinto da quella folata, si alzò di scatto dal letto: mentre recuperava rapidamente i vestiti appoggiati sulla poltrona ai piedi del letto, sempre guardando fuori in giardino come attirato da qualche cosa, si disse che se avesse voluto far due passi per cercare un po’ di sonno, sarebbe stato meglio non aspettare il diluvio universale.
Così, senza neanche finire di abbottonarsi la camicia, discese rapido la scala che portava all’ingresso; l’intero castello era avvolto nella notte più profonda, dalle stanze l’unico rumore, che a fatica si poteva cogliere, era il respiro profondo di qualche ospite addormentato.
Si affacciò in strada, immergendosi in una subitanea fradicia freschezza: il ciottolato di fronte l’ingresso ribolliva della giornata calda al contatto con le prime timide gocce che annunciavano l’arrivo del temporale. Sin da piccolo, pur avendone avuto sempre meno l’occasione diventando adulto, Marcus adorava camminare sotto la pioggia estiva: il lasciarsi andare, il non curarsi dell’acqua che impregna tutti i vestiti, alzare la testa al cielo, e sentire quelle gocce fresche cadere sulla testa, sul volto, e scendere lungo il collo per arrivare nelle parti più asciutte del corpo. Si diresse così, con questo stato d’animo, verso il centro del vecchio paese.
In giro non si vedeva anima viva. Le case, più chiuse che mai, lasciavano immaginare vita al loro interno grazie al russare dei loro abitanti che arrivava ronfante fino in strada, producendo un effetto d’eco sempre più lontano coll’aumentare della pioggia: sembrava, in quella notte così tormentata, l’antico e misterioso sermone d’un vecchio prete mormorante.
La luna, che ancora tentava di affacciarsi, era soffocata dietro quei pesanti nuvoloni in cielo e rendeva l’aria grigia e rigata, diffondendo ovunque un biancore sporcato da quell’acqua sudicia, che prendeva il posto del nero della notte, dove improvviso vibrò il bagliore d’un lampo. Nonostante ora l’acqua avesse preso a scendere con più insistenza, per Marcus quella passeggiata in quelle condizioni era la migliore camomilla da prendere prima di rientrare in una bella doccia calda, così da poter far scomparire quella fastidiosa insonnia, insieme con la luna, dietro quei grossi nuvoloni grigi.
Decise di tornare quindi verso il castello che, da lontano, si poteva già sicuramente distinguere: sembrava una grande isola nera nel mezzo dell’oceano di quel temporale brumoso. Avvicinandosi, con la pioggia che ora gli batteva forte su tutto il corpo, il castello sembrava minaccioso, l’antica fortezza d’un sanguinario re barbaro: dalla malinconia di quell’aria carica di pioggia e tenebre, nel grigio, altro grigio spuntava possente dalla terra, si vedevano mura, solo mura, altissime mura di pietra che si ergevano infinite sotto quel temporale. Passando tutto vicino a uno di quei grossi muri, nella speranza di trovare un po’ di riparo e soprattutto l’accesso che lo avrebbe fatto accedere al giardino e quindi alla sua camera, trovò finalmente il cancello d’ingresso. Gli alberi oscillavano come presi da una scalmanata danza tribale, dei resti della festa non restava più niente: più che il giardino che aveva ospitato durante la giornata il ricevimento, a Marcus sembrava di aver raggiunto la misteriosa foresta di una strega maledetta. Solo i due grossi tendoni che erano serviti a coprire il tavolo del cibo e del bere e quello dei musicisti, rimanevano ancora là, abbandonati come lontani ricordi; ma il vento sembrava aver intenzione di portar via anche quelli.
Alzando la testa, proteggendosi con una mano gli occhi per cercare di non farsi accecare dall’acqua che cadeva prepotente giù dal cielo, Marcus si mise a guardare la reggia principale che si ergeva arcigna in quelle tenebre: tutte le finestre erano chiuse, con le persiane tirate e le luci spente: si sarebbe detta una casa fantasma. In un lampo, che illuminò a giorno l’intero edificio, un tuono, prima lontano, poi sempre più vicino, gli fece fare un salto dallo spavento: con un fragore così violento da sembrare un’intera montagna di grosse pietre che franasse improvvisa, uno schianto secco si abbatté di fronte a lui.
Un fulmine era caduto in pieno sopra il grande salice piangente che si ergeva centrale nel giardino, un’altissima luce abbagliante cadde dall’alto, velocissima, sulla pianta secolare, accendendola tutta d’un bagliore d’inferno, senza però che questa prendesse fuoco. Scosso dall’improvvisa e vicina detonazione, deciso ora a rientrare al riparo nel minor tempo possibile, Marcus tornò a guardare alle finestre se qualcuna si fosse illuminata, magari svegliata da quello scoppio annunciatore della furia che si stava via via liberando dal cielo. Ma a guardare le finestre, nessuno sembrava essersi svegliato: tutto era immobile, le finestre sempre chiuse, le luci sempre spente.
Senza saperne troppo il motivo, fece qualche passo verso l’angolo della facciata principale, per guardare se dall’altro lato, dove affacciavano le finestre della proprietà e quindi anche quella della futura sposa, almeno qualcuno si fosse destato. Proprio in quel momento, un altro lampo, molto luminoso ma senza il seguito del tuono, illuminò a giorno il cielo, incorniciando d’una luce malata l’intero riquadro della finestra. Di colpo un altro scoppio, d’un fragore se possibile ancora più intenso di quello precedente. E in quella luce, a quella finestra, come inquadrata nei contorni d’una cornice oscura, Marcus fu sicuro di scorgere il volto di una donna. Come comparsa all’improvviso dal diradarsi di quella foschia, pallida e spettrale come un fantasma. Marcus sentiva di non riuscire più a muoversi: era completamente ipnotizzato. Avvolta d’un diafano vestito scuro, quell’immagine lo fissava negli occhi, solo che il suo sguardo non sembrava diretto a lui, ma era d’una fissità mortale. Sembrava fosse incisa in una malinconia cera. Marcus si rese conto d’esser paralizzato da quello ‘sguardo’ di Venere cieca, e non sentiva più nemmeno la pioggia cadergli in testa. Per un istante che fu enorme, non per la sua durata ma per la sua intensità, un silenzio disabitato avvolse tutto il mondo. La luna filtrava con lunghe spade di luce che affaticate tagliavano le nubi di quel temporale. L’anelito di strana attrazione verso la sposina, che aveva avuto nemmeno qualche secondo prima, lasciava ora il posto ad una sensazione di vuoto e di malinconia. Con tutta quell’acqua che ora franava giù dal cielo e che gli entrava sempre più negli occhi, faceva fatica a tenerli aperti. Si disse che aveva avuto un’allucinazione; provò a mettere a fuoco per capire se fosse proprio un’abbaglio quello che aveva vissuto, ma quando tornò con lo sguardo alla finestra, lo spettro di quella ragazza, come del resto quella luce, come era apparsa era ora scomparsa, lasciando nuovamente il posto alle persiane chiuse e alla notte. L’immagine di colpo sparì, lasciando il posto ad un silenzio freddo, assordante, in cui risuonava lontana come una strana risata, quello che sembrava più il sibilo del ghigno d’un serpente. Sembrava il canto d’una vecchia, ma armonioso e ben cadenzato, che lasciava nel corpo una sensazione strana, indescrivibile. Come l’immagine vista, apparsagli qualche secondo prima, anche ora la sua silenziosa assenza emetteva una sensazione spettrale. Un brivido lo percorse per tutta la schiena, come risvegliandolo da un’ipnosi tramite uno shock improvviso. Ora pioveva veramente tanto, era veramente fradicio: era meglio rientrasse subito prima di prendersi un malanno. L’acqua cadeva proprio forte, a secchiate dal cielo, la pioggia si riversava per un verso e poi contro vento, per un altro: Marcus sentiva l’acqua scorrergli tra i capelli, dentro i vestiti, fin giù in fondo alla schiena. Dal freddo, i denti gli battevano ora in bocca come tasti impazziti d’una macchina da scrivere; allungò il passo per trovare riparo il prima possibile, mettendosi quasi a correre. Senza rendersene conto, mise il piede in una pozzanghera, e vi affondò fino la caviglia. Di colpo, quella che doveva essere una piacevole passeggiata era diventata un incubo, maledisse con una bestemmia la sua folle idea e, infastidito fin dentro le ossa, avrebbe voluto solamente essere a letto. Sentiva ad ogni passo il piede schiacciare con una pernacchia l’acqua, dentro l’involucro gonfio e sudicio che era diventata la sua scarpa; finalmente, dopo quel percorso sotto e dentro l’acqua, arrivò alla porta d’ingresso.
Levatosi le scarpe fradice ai piedi della scala, ne salì i gradini due alla volta, si spogliò gettando a terra i vestiti non appena entrato in stanza, e si buttò a letto. Imbacuccatosi sotto le coperte come in un sarcofago, per cercare di riprendere una giusta temperatura corporea o anche solo per cercare di far smettere i suoi denti di sbattere, in meno d’un minuto si addormentò.

La mattina seguente, un enorme clangore lo destò. Erano le campane, che suonavano con un ritmo, con una cadenza macabra, non da festa: non sembravano certo le campane per il matrimonio. Il loro suono era completamente diverso da quello che ci si aspetterebbe per una cerimonia allegra e festosa; non erano uno scampanare languido, dolce e sereno, pieno di speranza, come avrebbe dovuto essere; no, erano colpi secchi, decisi, ridondanti e lugubri. Si sarebbe detta una marcia d’accompagnamento per la discesa all’inferno, dall’intensità portatrice di morte.
E le campane continuavano a suonare, fortissimo, suonavano a distesa un battere profondo, rotondo, e continuavano, continuavano sempre più forti, riempendo tutto, perfino il cervello; sembravano non voler smettere mai. Era il concerto greve d’enormi campane col profilo spesso come mura di bronzo.
Di colpo gli rivenne alla mente la camminata notturna: in terra ammucchiati ancora bagnati, i vestiti ai piedi del letto; i battiti incessanti di quelle campane erano i tuoni del temporale della notte prima: roboanti e rimbombanti fin dentro il pensiero.
L’immagine della sposina-fantasma gli ritornò come viva davanti agli occhi.
Si sentiva come vittima d’una malia magnetica, come se la sua immagine non potesse più uscirgli dalla testa; e non riusciva a spiegarsene minimamente il motivo. Come se continuasse a svegliarsi ogni volta da un sonno malefico differente, ma sempre con la futura sposa come misteriosa musa.
Si rese allora conto che il cuore gli batteva all’impazzata, come spesso accade a chi venga svegliato di soprassalto. Andò alla finestra, l’aprì, e venne investito in pieno dal fragore delle campane, come da una raffica di vento improvvisa. Era lì: alla finestra senza fiato, esterrefatto, sopraffatto, molestato fino a sentirsi impotente per quelle immagini della notte prima, e per quelle campane infernali. Abituato nel tempo, dal suo lavoro, a ricercare nell’ignoto solo la conferma al suo scetticismo, questa volta si sentiva per lo meno ‘scombussolato’.
Sembrava che quelle campane stessero suonando per squassare l’anima della gente, per liberarle dal male dei fantasmi notturni e smuoverle, verso il quotidiano nuovo giorno.
Dal castello, con le porte in basso lasciate aperte ad ondeggiare al vento del cancello dischiuso verso l’esterno, sembrava fossero tutti scappati come per salvarsi da un incendio; in lontananza oltre i muri, si vedevano persone correre verso la chiesetta, o verso il cimitero; le persone che vedeva allontanarsi e diventare sempre più piccole, correvano, ma d’una corsa strana, come agitata, con grandi gesti disperati della braccia. Dalla finestra, sempre assordato e anestetizzato dalle campane, Marcus cercava di capire cosa stesse succedendo nel mondo esterno, se ci fosse una nuova festa, se quelle persone corressero ad un raduno organizzato per festeggiare gli sposi, ma quell’incedere delle campane e delle persone non si sposava molto con quest’ipotesi.
Sceso in strada, con le orecchie invase da quell’eco che sembrava interminabile, continuava a pensare al significato che poteva avere tutta quell’agitazione, cercando di riunire i pensieri che piano piano gli cominciavano a tornare in testa.
Uscito dal cancello, lungo il sentiero verso il cimitero e la chiesetta, alcune persone lo raggiungevano da dietro, correndo, senza prestare alcuna attenzione al suo tentativo di fermarli, di cercar di capire, di far loro qualche domanda mentre già gli stavano scappando via; del resto con quel fracasso infernale, anche se gli avessero risposto, non sarebbe riuscito a sentire nulla.
Arrivato all’incrocio che separava il sentiero, tra il cammino verso la chiesa e quello verso l’entrata del cimitero, s’arrestò per riprendere fiato; guardò di fronte a sé e rimase stupefatto: dietro al cartello del bivio stradale, dove c’era la piccola baracca del guardiano, ritrovò tutta la gente che gli era corsa avanti e tanta altra che probabilmente era lì già da prima. Attorniavano la misera abitazione come in un enorme girotondo, con il padre della sposa, Monsieur Henry, che gridava qualcosa cercando di aprirne la porta, che sembrava però chiusa dall’interno. Tutte le due finestre che Marcus poteva vedere, delle tre che sapeva dell’alloggio del guardiano, erano chiuse con le gelosie serrate.
Facendosi largo a fatica tra la gente, Marcus riuscì a raggiungere Monsieur Henry: era ormai chiaro che qualcosa era accaduto e qualcosa doveva pur capire al riguardo: Ma cos’è successo?, arrivò a domandare al padre della sposa, che sembrava però indemoniato e non tanto disposto a parlare quanto piuttosto ad abbattere quella porta. Il padre continuava ad inveire contro la porta, tirando verso sé e verso l’alto la maniglia, tirandole persino un calcio: Apri, sappiamo che è dentro con te! Apri! Se le fai del male, giuro….Apri !!
è Uberto, è dentro con mia figlia.. il figlio del droghiere lo ha visto che la portava qui in spalla correndo, per poi chiudersi dentro; Mi aiuti! Eppure Io l’ho sempre difeso, sono sempre stato l’unico del paese a non dire, a non voler ascoltare, che Uberto è pazzo, pericoloso… ma adesso ho paura! Si è chiuso dentro con mia figlia! Mi aiuti! Per Lei sembra avere una simpatia, si vede da come la guarda da quando è arrivato… vi ho visti anche che parlavate ieri in giardino, e lui non parla mai con nessuno. Ci provi a parlare Lei: con Lei magari accetta di ragionare, di aprire la porta, la prego!
Ed infatti con Marcus accettò di parlare; lo fece entrare, lasciando aperto uno spiraglio dalla porta, dopo aver fatto indietreggiare più volte tutto il resto della massa, compreso il padre sempre più disperato.
Entrato nella stanza, al giovane scrittore parve di ritrovare se stesso: le campane avevano d’improvviso smesso di suonare. La stanza, perché di un’unica grande stanza era fatta la baracca, spoglia d’arredamento se non per un grosso tavolo su cui campeggiava al centro un grosso candelabro acceso, e due sedie, era occupata centralmente, come fosse un imponente altare, da un grosso letto matrimoniale di legno pesante. Sopra il letto, adagiata come una bella principessa addormentata, Julie la futura sposina, vestita d’un leggerissimo vestitino color porpora.
Marcus non sapeva ancora cosa fosse successo, non capiva cosa stesse succedendo, ma nel vedere la bella Venere, festeggiata e amata da tutti solo il giorno prima, ora sdraiata come assopita su quel letto, sentì l’amarezza della morte che gli affiorava nell’animo.
Strano vedere a fianco di quel letto, in piedi nell’atto di tenerle una mano, Uberto il guardiano tutto-fare: rassegnato oramai, a quanto diceva, a non poter mai più toccare quella mano, di cui ancora serbava il ricordo dall’infanzia, e che ora teneva tra le sue; aveva ora la donna della sua vita finalmente sdraiata sul suo letto, ma non per fare l’amore come tanto lui avrebbe voluto ma per vivere la morte.
Senza ancora riuscire a capirci niente, nemmeno a farsi un’idea dell’accaduto, Marcus viveva sensazioni; cercò di trovare qualcosa negli occhi del guardiano. Non erano occhi d’assassino, non c’era nessuna passione violenta nel suo sguardo: erano occhi tristi, di vedovo. Marcus sentì che, qualsiasi cosa fosse successa, il grottesco Uberto non aveva fatto nulla di male, ma anzi che stava vivendo un forte dolore, forse perché proprio lui, e solo lui, sapeva cosa fosse successo in realtà. Se fosse stato lui ad ucciderla, si diceva ancora, potrebbe comunque mostrare le stesse cose, sarebbe potuto pur sempre sembrare triste, abbattuto e rassegnato, ma evidenziando più la liberazione d’uno sfogo incontenibile che la passiva accettazione d’un fatto tragico.
Calmate attraverso le finestre le persone oramai fuori di senno, che minacciavano di bruciare tutto qualora il guardiano non avesse aperto, Marcus riuscì a prendere in mano la situazione, sedersi, ed ascoltare quello che Uberto aveva da dire.
Il guardiano, singhiozzando come un bambino che si renda conto d’essere orfano di colpo, affogando tra le lacrime che non riusciva a trattenere, disse che lei gli aveva dato appuntamento quella mattina alla chiesa per parlargli, finalmente. Ma che una volta arrivato all’appuntamento, la trovò sdraiata sul sagrato davanti l’entrata aperta della chiesa. Si gettò subito su di lei, pensando fosse caduta, sperando al massimo svenuta; come le prese la testa tra le mani, dalla chiesa uscì una risata acuta, agghiacciante, come di donna matura, nervosa e mingherlina: la risata d’una strega; e poi le campane, di colpo, presero a suonare come impazzite.
Come preso da un raptus, spaventato, senza sapere o capire cosa dovesse fare, incapace di pensare, se la caricò in spalla e decise di portarla a casa sua, visto che era la più vicina abitazione, per distenderla sul letto.
Nel correre, si sentì chiamare, qualcuno gridò il suo nome, ma fra le campane e quella risata diabolica di donna, che gli risuonava ancora nella testa, non prese per realtà nemmeno quel richiamo. Arrivato a casa, ci si chiuse dentro. Solo allora si rese conto, una volta adagiata la bella sposina sul suo letto, che qualora ella fosse morta, cosa che a guardarla bene sembrava molto probabile, viste le condizioni, avrebbero tutti pensato fosse stata sua la colpa, che fosse stato lui il colpevole.
In effetti, tolto il credere alla storia da lui appena raccontata, Marcus s’accorse di come, al guadare a quella situazione in quel momento, da un normale punto di vista, il guardiano sembrava proprio il perfetto colpevole d’un delitto passionale con risvolti da psicopatico.
Eppure Marcus sapeva, sentiva che non era così: sicuro, quell’uomo era strano, inquietante, probabilmente definibile come pazzo dalla società; ma sicuramente non un assassino: sicuramente non avrebbe mai ucciso Julie, l’unica ragazza che avesse mai amato, l’unica donna che era mai esistita per lui e che era la causa, in fin dei conti, di quel suo essere così oggi. E poi no, Marcus lo sentiva: così comprendeva le persone, guardandole negli occhi, e gli occhi di quel guardiano da film di Hitckock, non erano quelli di un assassino, almeno non in quel momento.
La sposa era là distesa sul letto, il viso poggiato sul cuscino, reclinato un poco verso la spalla; le s’intravedeva il profilo, che era addolcito dal lume sul tavolo nella stanza buia. Sembrava fosse rilassata, sorridente, pacata; aveva la bocca semiaperta che ricordava il becco d’un piccolo e tenero uccellino al quale sia mancata improvvisa l’aria. Dava nel complesso una sensazione di benessere più che di morte, sembrava stesse facendo un bellissimo sonno su guanciali di seta.
Una volta entrato nella casa, Monsieur Henry, si gettò verso il letto, fermandosi poi di colpo, come paralizzato dall’evidenza della morte della figlia. Scoppiò in un pianto struggente, molto intenso ma relativamente breve, come se nel tempo che fosse rimasto fuori da quella porta avesse accumulato tutto il dolore per la perdita dell’amata figlia, ed ora che se l’era trovata davanti morta, quel dolore fosse esploso come un vulcano, di colpo finalmente liberato, ma per questo dirompente e concentrato; d’improvviso si fece silenzioso, sussultando come in preda ad un singhiozzo, si accasciò ai piedi del letto, con la testa sul petto della defunta, e non si mosse più. Con l’aiuto della polizia, che fece disperdere la gente radunata intorno alla baracca, tutti furono fatti uscire e ricondotti al castello, per cercare di far luce sulla vicenda. La sposa rimase a letto nella casa chiusa con sigilli, in attesa dell’arrivo della polizia scientifica.

Nemmeno Marcus avrebbe potuto dire come si sentiva adesso, in quel momento. Salito in macchina dopo i saluti, dopo tutto quello che era successo… almeno d’una cosa era sicuro di poter affermare: di sentirsi leggero. Ma si sentiva disgustato e svuotato; e non sapeva nemmeno perché. Si era sentito persino accusato, quantomeno sospettato, in quelle ore d’incubo di paranoia e d’indagine generale, seguite all’arrivo delle forza dell’ordine.
Voleva solo andarsene, ora.
Mettendo in moto la sua auto, per uscire dalla tenuta ‘della sposa’, gli sembrava d’abbandonare un antico castello maledetto, in cui s’era celebrato un oscuro e macabro rito, con il classico sacrificio umano d’ufficio. Gli dissero di tenersi disponibile telefonicamente qualora ci fosse stato ancora bisogno di lui per gli sviluppi dell’inchiesta. Era forse la somiglianza della sposa con la sua Pauline, l’ipotesi del matrimonio che avrebbe potuto essere il suo, trasformatosi in tragedia, ad averlo particolarmente scioccato… ma aveva solo voglia di non pensarci più. Continuava ad aver brividi per la schiena, i finestrini anteriori dell’auto erano completamenti alzati, entrambi; un sospiro di vento gli arrivava all’orecchio, da dietro, come una corrente; per girarsi a guardare quale finestrino di dietro fosse abbassato, la facciata del palazzo da lontano, a far capolino sullo sfondo. Quella finestra, dove ancora viva sorrideva l’immagine di quello spettro della notte passata, presagio di morte, era l’unica della facciata ad esser illuminata, come da uno spiraglio di languido sole… lo scatto, verso la strada e dell’acceleratore; non sapeva troppo perché, ma sapeva che non voleva più saperne niente di quel villaggio, di quella gente; niente della sposa, niente della morta. Marcus, per la prima volta, si rendeva conto che non voleva saperne più niente della morte, che per tutta la vita aveva rincorso, investigatore del mistero e del crimine occulto; una volta trovata, la voleva già fuggire per sempre. Con Pauline che voleva sposarlo, la sua Dea, e magari avere un figlio, perché no tre ? Una famiglia…
La morte con la famiglia non può coesistere, quanto meno non al suo nascere, sarebbe come avvolgere una mortale malerba al seme della vita.
Probabilmente questa era l’unica storia interessante, sulla quale sarebbe valsa la pena di scrivere qualcosa, che gli era capitata negli ultimi 5 anni. Non sentiva però di volersi informare in seguito sugli sviluppi di queste indagini, sapere se fosse stato o meno il bizzarro Uberto ad uccidere la bella sposina; o magari rendersi conto d’aver assistito all’assassinio d’una Dea.
Avrebbe usato la sua immaginazione, nient’altro: avrebbe creato lui stesso un finale, per quella storia di cui voleva dimenticare al più presto ogni sensazione.
Avrebbe scritto il racconto della sposa-cadavere, di Saint-Cyr-Les-Champagnes, delle campane di Venere; e poi, almeno per un po’, non avrebbe scritto più niente.
Avrebbe finalmente accettato quel blocco al quale insisteva a ribellarsi da troppo tempo oramai: abbandonare la scrittura, per vivere semplicemente, quella vera vita quotidiana che da troppo tempo rifiutava.
Avrebbe diviso la vita con la sua Dea, che non sarebbe stata più la scrittura, ma solo la sua bellissima Pauline.
Avrebbe… avrebbe…
Ma si sa: la bellezza, voluttà degli uomini, è acerrima rivale delle Dee..

*Saint-Cyr-les-Champagnes – Mailhac 2016 – 2018

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