L’ISOLA CHE NON C’È – Racconto

isola che non c'è

 

 

 

 

 

 

Sull’isola di Utòpia, ogni giorno sorge il sole. E puntuale il giovane Acab si alza con lui.
L’isola di Utòpia è grande poco meno dell’italica isola d’Elba e si trova all’interno del piccolo atollo dell’isola di Delhos. Questa piccola e meravigliosa isola è riuscita a rimanere sempre sconosciuta al mondo intero perché nascosta da due enormi faraglioni che l’hanno così esclusa dalle scoperte del tempo indomito, esclusa da qualsivoglia rotta commerciale e da qualsiasi occhio curioso vi avesse mai voluto nel tempo volgere lo sguardo.
Il giovane Acab, così si chiama quindi il protagonista di questa storia, ci vive da solo, oramai da 500 anni. Da quando si è separato dai suoi quattro compagni, i suoi quattro ‘fratelli’: da quando Acab era uno dei cinque Cavalieri della Bellezza. Ognuno di loro aveva come virtù un’arte: Acab la scrittura, Danos la pittura, Vixiet la musica, Sthefan intagliava il legno, e Nemo, beh.. Nemo non si è mai capito in realtà quale fosse la sua arte, ma faceva comunque parte dei cinque Cavalieri della Bellezza. Tutti avevano tatuata, dal momento del conferimento della nomina di cavaliere, sull’avambraccio destro, una mosca; tutti nello stesso punto. Il loro simbolo però, quello per capirci che avevano sulla bandiera, era una piovra: sulla loro bandiera nera, infatti, non c’era una mosca, come il tatuaggio avrebbe potuto far pensare, ma una piovra bianca, all’interno d’un cerchio rosso. Loro erano -che poi dovrei dire sono, perché fino a prova contraria sono ancori tutti e cinque vivi e vegeti- i tentacoli di questa piovra, di cui loro stessi, uniti, generavano la testa: imene dei loro cinque magnifici cervelli.
Decisero, in quell’ultima cena, che si sarebbero separati. Era l’11 settembre 2011. Ognuno per la propria strada, come i tentacoli di una piovra sbattuti sul vasto bancone d’un pescivendolo.
Avevano una missione: difendere e diffondere la Bellezza nel mondo. Comunismo e capitalismo avevano partorito un mostro, il Consumismo: dalle loro due teste avevano generato un orrore che andava assolutamente eliminato, a mai più. L’essere umano, da troppo tempo confuso in una realtà talmente mistificata da risultare trasparente, alla mercé del potere della Religione e quindi poi alla religione del Potere, era da troppo analfabeta di verità. Arrivato a credere che la propria vita fosse luce di cui la morte era ‘solo’ l’ineluttabile ombra finale; senza nemmeno poter immaginare la lunga linea dell’Universo, il nero manto della Morte, in cui, al contrario, la vita dell’Uomo è solo una piccola scintilla che raramente lascia un segno dietro di sé. Dove il silenzio, come il movimento, è infinito; è l’unico limite sarebbe cercare una parola per darne un qualsivoglia senso.
Un Uomo lussurioso, corrotto, voluttuoso e vizioso, dissoluto come un animale sensuale, depravato ed immorale; e che malgrado tutto ciò, voleva ancora essere amato.
Si doveva ripensare la società che si era creata; indipendentemente da tutte le virtuose volontà dei padri fondatori, dovevano combattere il consumismo: nessuno di loro, mai!, con la propria vita, avrebbe potuto diventarne un ingranaggio. Nessun compromesso: avrebbero vissuto solo della propria virtù, facendo di questa personale arte la loro stessa vita. Avrebbero per sempre, sempre e solo, avuto un unico Dio, Padre Figlio e Spirito Santo: la Bellezza.
Lasciandosi, si diedero una scadenza: si sarebbero rivisti di lì a 1000 anni: quando avrebbero finalmente fatto evolvere l’Uomo.
Solo che, dopo 500 anni, ancora niente è successo.
E Acab è sempre da solo, da 500 anni sull’isola – in realtà v’è sbarcato, cinque secoli or sono, portandosi dietro il cane Gimbuz e la gatta Baghera.
Per carità, a scriverlo così, potreste credere che Acab ci si trovi male sull’isola di Utòpia: Acab ci sta benissimo, con il suo cane e la sua gatta, che sono entrambi ancora vivi come lui, del resto si sa: gli animali vivono di più degli esseri umani… passa la giornata pescando e coltivando la terra. Legge; ma sopratutto scrive. Ad oggi, ha già scritto tutti i libri della terra, più uno. Li ha letti solo lui, è vero, ma non si può certo dire che sia un lavoro da niente!
Ma ancora nulla è cambiato, il consumismo si è ancora di più radicato. Ci son state due grandi guerre, e altre tantissime più piccole, ma molto più catastrofiche; è da tempo oramai che in cielo convivono due lune; e non ci son più le mezze stagioni. La luce sembra sempre più lontana. Il bianco solo un vago ricordo, forse un sogno, o qualcosa che ci ha raccontato uno sconosciuto, tanto tanto tempo fa. Dal nulla, ci avviciniamo solo al crepuscolo, come se questa realtà rappresenti perpetua una scommessa che va sempre male, un infausto destino eternamente legato ad una dolce quanto crudele malia.
Acab, come molto probabilmente anche gli altri quattro Cavalieri della Bellezza, non ha perso la speranza, e nemmeno la pazienza; solo, aspetta, ancora 500 anni prima di ricongiungersi con gli altri. E il tempo è galantuomo, si sa.
Devo però forse permettermi una spiegazione, in quanto non si potrebbe capire altrimenti come si possa pretendere di cambiare il mondo scrivendo dei libri che nessuno poi legge: il giovane Acab, come del resto anche ciascuno degli altri Cavalieri della Bellezza, porta la sua virtù direttamente nella testa delle persone, in sogno. Per questo il giovane Acab non ha bisogno di muoversi mai dall’isola per adempiere alla sua missione, quantomeno per cercare di farlo.
Se per caso qualcuno tra voi avesse letto almeno uno dei libri da lui scritti, cosa che mi auguro in quanto li ha scritti tutti più uno e se così non fosse vorrebbe dire che non avete mai letto nemmeno un libro, ciò è stato possibile perché il giovane Acab, in questi 500 anni, è comparso infinite volte in sogno a visionari, a uomini che parlavano alla Luna e ascoltavano il Vento. Uomini che son poi diventati scrittori, riportando per iscritto quegli stessi sogni, copisti loro malgrado d’una chimera inumana. Qualora qualcuno non l’abbia ancora capito, perché magari confuso dalle date sopra riportate o dai nomi delle isole, il giovane Acab, come ognuno dei personaggi presenti in questa storia, non vive nel vostro mondo. Vive un universo diverso, un creato partorito in sogno da qualcuno milioni di anni fa. Un mondo, di conseguenza, molto simile a quello che tutti conoscete, ma diverso; un cosmo speculare, riflesso deformato e deformante (in meglio o in peggio ancora non ci è dato saperlo) di quello che comunemente chiamereste ‘reale’.
Un mondo dove ancora esistono la magia e la fantasia; nonostante il consumismo. Dove l’immaginazione della Poesia può ancora vincere contro lo scetticismo della prosa.
Come il mondo di Acab ci sono infiniti altri mondi: persino quello che abitate voi adesso, in realtà, potrebbe essere uno di questi ‘riflessi’, che nascono come transfinite, lucide e viscide teste d’un verme strisciante, nel grasso ventre della Verità.
L’unico grande mistero da risolvere, è quale sia stato il primo fra tutti questi mondi; immaginati o che possono essere realmente esistiti o esistenti: come la realtà, che non può esistere senza la finzione. L’unica verità, non è che un’interpretazione dei fatti; e l’unica certezza, fin’adesso, è che questa storia sia stata scritta da qualcuno.
Mondi e libri.
Nonostante tutti questi libri, l’Uomo ancora non è evoluto, ma, anzi, ha continuato nel tempo a ritornare sempre allo stesso punto; peggiore del precedente, perfino quando impossibile. Ogni tanto, al massimo, l’Uomo si è rivoltato, ma è poi sempre ricaduto negli stessi errori, avendo, in conclusione, cambiato solamente il nome alle cose e alle persone, che più di tutte si adoperavano per eliminare la Bellezza dal mondo. Senza mai liberarsene.
Al massimo la rivoluzione, mai l’Evoluzione.
Nella vicina isola di Kairos, ad esempio, una volta gli esseri umani vivevano alla maniera del giovane Acab: felici e fieri della loro schietta vita, in simbiosi con la Virtù, l’Arte e la Natura. Coltivando il terreno. E pescando.
Mentre qualcuno scriveva e qualcuno dipingeva, altri facevano altro, niente, oppure l’Amore; per poi condividere il pasto tutti insieme al tramonto. Almeno finché i pesci furono visti come vita che dà vita, rispettati seppur mangiati, per vivere.
Col tempo, però, acciughe alici, sarde e sardine, sgombri tonni e tutti gli altri pesci che popolavano numerosi questi mari, diventarono solo il saziamento d’un bisogno, o peggio ancora, di una voglia. E gli uomini smisero di pescare: grosse navi, con immense reti, lo facevano al posto loro, saccheggiavano il mare per permettere a tutti di profittare del ‘tempo libero’.
Peccato però che, per godersi questo ‘tempo libero’, quegli stessi uomini furono poi costretti a lavorarci, sulle quelle navi. Passando così molte più ore di quando pescavano prima insieme spensierati; e molto più duramente. Per mangiare pesci che oramai non erano più sani come prima, ma avvelenati dagli scarichi di quelle stesse navi.
Con il tempo, poi, per far posto a tutti quei grossi bastimenti con le loro immense reti, a tutto quel pesce, sull’isola, gli alberi cominciarono a lasciare il posto o, per meglio dire, venivano ‘estirpati’ per lasciar posto,a enormi capannoni di cemento armato. E le belle casette dei pescatori in riva al mare, diventarono sempre più grotteschi palazzoni simili ai capannoni di cemento: enormi alveari dove venivano riposti gli operai delle fabbriche, grigi come grigia era la vita adesso, sotto un cielo grigio più di loro.
Gli uomini cominciarono così ad ammalarsi, prima al cervello e poi al fisico: la bella isola di Kairos era inesorabilmente diventata un’incubo a cielo aperto.
Il mondo non è mai stato così in pericolo come ad oggi, sostiene il giovane Acab.
Un’epoca in cui l’Uomo, come lo si è sempre immaginato, l’oggetto della volontà d’elevazione degli umanisti, sta inesorabilmente scomparendo perché regredendo allo stato primitivo, primordiale ma non primario però, vista la necessità moderna d’avere sempre intorno infinite stupide macchine tecnologiche. E le parole, quantomeno i loro significati, stanno sparendo insieme a lui.
Questa la disperazione dello scrittore, oggi, la disperazione del giovane Acab.
Ma il giovane Acab non perde la pazienza, non perde neanche la speranza.
Mancano ancora 500 anni, mi ha infatti scritto in sogno l’altra notte, insieme a tutte queste cose che vi sto ora raccontando. Cose di cui però ignoro il seguito.
Mi ha lasciato solo un bigliettino, che ho trovato sul cuscino quando mi son svegliato al mattino: Sopra sé stesso, sul suo destino e sul suo spirito, l’individuo è sovrano.
Arrivati a questo punto, se vi mancasse un finale per questa storia, abituati come siete a credere nell’utopia del lieto fine, non scoraggiatevi pensando all’inesistenza dell’isola di Utòpia, ma, anzi, fate come ho fatto io: prendete la prima cosa tecnologica, inutile come la più parte delle ‘cose’ che invadono la nostra esistenza, aprite la finestra e scagliatela il più lontano possibile; fatelo, gridando a squarciagola, con quanta più voce e forza vi sia possibile: AaaCAaaB !
Poi, uscite di casa, lasciando la porta aperta; scendete in strada; se possibile, cercate un bosco, un parco; in caso non possiate trovarlo, non fa niente, anche il marciapiede va benissimo; sdraiatevi con la schiena a terra; immergetevi nella Luna e chiudete gli occhi: immaginatela voi una conclusione per questo racconto; ché, per avere una morale, se morale gli si vuole dare, un finale vale l’altro.

– Mailhac 2018

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