PUNTI DI VISTA – Racconto

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FRENCH VERSION

Per capire veramente l’essere umano bisogna essere in grado di prenderne le giuste distanze. Per vedere come son realmente fatti gli uomini bisogna guardarli da un diverso punto di vista. Ultimamente mi trovo sovente a guardarli dall’alto verso il basso. Non perché mi senta superiore o reputi gli altri inferiori, semplicemente li vedo più piccoli perché li guardo dal mio punto di vista, differente dal loro. Spesso, mi capita di mettermi alla finestra e guardare la gente passare sotto in strada, affacciato sulla realtà che si svolge quotidiana, fumando, come li spiassi dal mio quinto piano. Non è che mi nasconda per osservarli, ma è veramente difficile che qualcuno possa scorgermi dal loro ridotto punto di vista: al giorno d’oggi non sono molti gli uomini a camminare a testa alta. Tranne qualche raro caso, nessuno di loro suppone che ci possa essere qualcuno che non sia al loro medesimo livello, qualcuno che poggi il suo sguardo su di loro e li veda senza voler essere notato, che ne possa scorgere i comportamenti spontanei, quelli quindi più naturali e più veri, e non quelli fatti appositamente per esser visti dagli altri. Tutti escono in società preparati a rapportarsi ad altri individui come loro, loro simili, cloni tutti sullo stesso piano, per gli Altri si comportano e agiscono, per gli Altri pensano; io li vedo per quello che sono in realtà, dal mio quinto piano non sono altro che delle piccole piccole persone. Di tutte le belle ragazze che ogni sera passano sotto la mia finestra con il loro bel vestitino alla moda come tutto il resto – capelli trucco, modo di parlare e ‘pensare’ –, nessuna sembra nemmeno immaginare che qualcuno le stia guardando mentre si puliscono i denti facendo finta di farsi delle ‘selfies’, sgraziate come camioniste in abiti da valletta televisiva, o sistemarsi i capelli testando le pose sexy della bocca da tenere durante la serata, nel riflesso d’una vetrina. E lo stesso vale per tutti quei bei ragazzotti pronti a rimorchiarle, che a vederli dimostrano una sicurezza da gladiatori, barbuti e tatuati come moderni guerrieri metro-sessuali, che passano decine di minuti a specchiarsi nelle stesse vetrine delle loro colleghe di serata, facendo molta più attenzione delle ragazze che nessuno li scorga, spesso in pose molto più femminili o effeminate delle femmine stesse. Esseri superficiali non abituati ad essere guardati al fondo di loro stessi, camminano sicuri per la strada, nient’altro che piccole macchie colorate che camminano sulla terra se viste da un più elevato o meno superficiale punto di vista; se volete vedere qualcosa di vero nelle persone e nei loro comportamenti, smascherarli, trovate un modo di guardarli senza farvi scorgere, prendete una casa al sesto piano, cominciate dalla testa per giudicare le persone, e non dalle scarpe alla moda come essi son soliti fare dal loro misero punto di vista – così passava a Roma le sue giornate mia nonna, e ne ho capito il gusto anche io, ora, che passo così parecchie delle mie sere. Per lo più la sera, con la scusa di fumare una sigaretta, mi affaccio a questo spettacolo unico, sotto casa mia quotidiano; il passaggio è ben fitto a causa della mia posizione in centro, a metà esatta sulla strada dei loro più rinomati locali di divertimento. In una città per lo più fatta di studenti e giovani in vacanza, non c’è differenza, tutte le sere son buone per uscire e mostrare al mondo quanto ci si diverta, per sballarsi. E proprio “Loro” rappresentano questo spettacolo che riflette, meglio di qualsiasi romanzo si possa leggere, la realtà che ci circonda. Passando sotto la mia finestra, cercano di attirare l’attenzione di tutti intorno a loro, con i loro schiamazzi scomposti, le loro forti risatine forzate, i canti e i cori da stadio, tutto per attirare l’attenzione, pisciando per strada come cani emancipati, per mostrare a tutti il loro divertirsi e il loro “starci dentro”.
In realtà, al massimo, ciò è solo la prova che il progresso moderno abbia riportato l’uomo ad uno stato primordiale: schiavi sollazzati da droghe e comodità moderne, consumazione di sesso e felicità a portata di mano. Si credono liberi di poter fare tutto, quando tutto quello che fanno è loro imposto, velatamente suggerito da spot e reclam, dall’omologazione delle persone, dai social network, che insieme alla strada rappresentano oggi la miglior vetrina dove mettersi in mostra, per la quale farsi le foto, per mostrarle agli altri più che per sé stessi; si credono tutti diversi nel loro essere tutti uguali, se solo avessi un fucile!, da quella finestra li ucciderei tutti. Ma il peggio è quando, per un motivo o per un altro, son costretto a scendere tra loro per soddisfare un bisogno, come andare a fare la spesa o comprare le sigarette o ancora andare al lavoro, quando scendo tra loro in strada, mischiandomi tra loro, rischio d’apparire loro simile, a volte mi rivolgono complici sorrisi come dire: “ciao mio simile, apparteniamo alla stessa razza…” ma anche quando mi metto al loro livello non mi fregano, li vedo sempre per quello che sono, come li vedrei altrimenti dalla mia finestra: delle piccole piccole persone.
Con la libertà d’oggi in cui ci si crede tutti diversi, in realtà ci si vede tutti uguali, e si vuole esserlo; non più classi sociali o cultura o tradizioni a distinguerci, siamo tutti liberi e felici, allo stesso modo; la realtà non gli appartiene, vivono nel loro film americano, nel loro video musicale, son tutti ‘Qualcuno’ al giorno d’oggi, si credono unici nella loro nullità, come potrebbero vedere così col loro punto di vista la mia unicità?! Ma io lo so, rimango comunque differente, lo so e lo sento comunque, anche se in mezzo a loro,e ne soffro: non li posso più soffrire, li detesto! In questi giorni poi che fa un caldo infernale, l’unico angolo di paradiso è la mia stanza limitata dietro quella finestra, dove appunto mi basta solo sporgermi per ricordare senza troppa fatica la differenza che mi separa da loro.
Letto ciò, penserete che io sia qualcuno che si crede migliore degli altri, ma non è così, semplicemente ho trovato un superiore punto d’osservazione della realtà e non una superiorità mentale o morale. Una superiorità d’analisi, niente di più. Ma chi sei per parlare così?, mi direbbero loro, Ma chi è questo pazzo?, Chi si crede d’essere?, continuerebbero… Del resto, oggi sei normale fin quando ti adatti agli altri, si ha la libertà d’accettare ciò che t’impongono, ma non la si ha per pensar differentemente.
E bene, vi rispondo subito: mi chiamo Taddeo Salvini, sono una guardia giurata, ma fino qualche mese fa ero un servitore dello Stato, un carabiniere. Si, tempo fa mettevo la mia vita in pericolo per proteggere quelle stesse persone di cui vi ho parlato fin’ora, almeno fin quando mi è stato possibile farlo. Amavo fare il carabiniere, fino a quando mi hanno licenziato. E insieme col lavoro ho perso la stima di me stesso, per l’ennesima volta, e sopratutto la pazienza per vivere in questo mondo fatto di queste persone, per sopportare tutto ciò. Ma è solo ora che ho capito cosa possa e debba fare per essere felice, per cercare di cambiare questa realtà. Ma ci arrivo tra un po’.
Parlando di stima in sé stessi invece, debbo dire che non ne ho mai avuta tanta, non sono mai stato una persona sicura di sé, sin da piccolo, e sempre per colpa Loro. Già nei primi anni di scuola i compagni mi chiamavano Babbeo per via dell’assonanza col mio nome e, in aggiunta al fatto che pesassi 80kg in terza media a causa della mia disfunzione alimentare, è facile capire come fossi lo zimbello di tutti. Già in quel periodo avrei tanto preferito restare nella mia stanza invece d’essere costretto da mio padre ad andare in mezzo a loro, a farli divertire di me, quegli innocenti bambini che non sapevano il male che facevano con i loro scherzi. E se i miei compagni erano cattivi con me, erano le compagne ad essere veramente perfide, le belle bambine che sorridevano a tutti tranne che a me, al quale al massimo rivolgevano uno sguardo disgustato per poi ridermi alle spalle: perfidi angeli, erano loro a farmi davvero del male!
Come mi facevano il verso quando credevano che non le vedessi, come scherzavano del mio problema di forfora, come se non le vedessi!, sempre il solito errore di punto di vista… Facile capire come mi sentissi io, come mi vedessi riflesso nei loro occhi, la stima che potessi avere di me… Non ho mai avuto amici a scuola, anche perché i soli che cercavano con me un contatto lo facevano perché si reputavano simili, in quanto anche di loro gli altri si prendevano gioco, ma io non ero uguale a loro, e nemmeno agli altri. I tre anni delle scuole medie furono per me infiniti. Fortunatamente poi durante l’età adolescenziale i ragazzini non hanno più troppo tempo per burlarsi di uno stupido ciccione, pensano al divertimento, alle uscite, alle droghe e alle ragazze; cominciano a pensare alla società, ai ruoli da investire in essa, a voler rappresentare qualcosa per essa, per gli Altri. Come quei rappresentanti d’istituto che si davano tanta importanza coi loro bei discorsi alle manifestazioni, in realtà fatti solo per affascinare le loro compagne; inutile dire che sempre venni rifiutato quando provai anche io a far qualcosa in questo senso, a candidarmi come rappresentante per le occupazioni.
Finito a fatica il liceo, dove riuscii a passare quasi inosservato se non per i richiami dei professori che mi ripetevano sempre che ero uno stupido e che mai niente avrei combinato nella mia vita, seppi subito cosa fare. Decisi immediatamente che avrei intrapreso la carriera militare, ed è così che son diventato carabiniere. Esserlo non obbligava a grandi sforzi intellettuali, era la sola possibilità per me di trovare un posto fisso e ben pagato, abbiamo bisogno di gente come te!, mi dissero al primo incontro ufficiale i miei superiori.
Finalmente riuscivo a cambiare il mio ruolo nella società: con una divisa addosso, tutti quei miei ex compagni, diventati poi normali cittadini, erano ora obbligati a rispettarmi, vedevo la paura e il rispetto nei loro occhi quando mi vedevano passare tra loro col mio bel pistolone attaccato alla cintura. Quegli stessi compagni che giocavano il ruolo dei protagonisti alle occupazioni, tutti quegli studenti che mai mi avevano considerato se non per prendermi in giro alle loro stupide manifestazioni, quando solo mi scorgevano arrivare da lontano, come scappavano dal mio manganello! E le compagne, che altro non erano che le puttane che trovavo in strada durante il turno di notte, come tentavano di sedurmi per poter continuare a battere, come mi temevano!, erano disposte a tutto pur di non essere arrestate e finire una notte in galera. Fu così e grazie a una di loro, la più giovane che lavorava dietro la caserma, che persi la verginità a 21 anni.
Finalmente giustizia era fatta! Finalmente avevo stima in me stesso, erano proprio bei tempi! Riuscii perfino in poco tempo a mettere da parte un rispettabile gruzzoletto di soldi. Non mi fu per niente difficile del resto, si sa: un servitore dello stato non paga mai: dovunque andassi le persone a cui garantivo la sicurezza, si slanciavano per offrirmi qualcosa pur di non farmi spendere; trovai perfino una fonte extra di guadagni grazie ai ragazzetti che spacciavano al parchetto di notte: trovammo l’accordo, o meglio imponemmo loro, io e il mio collega, che ogni sera avrebbero dovuto darci la metà dei loro guadagni per farci chiudere un occhio, per lasciarli liberi di giocare a pallone e fumare qualche spinello sotto casa, senza che noi, appunto, passassimo a rovinargli la giornata.
Sì, niente sembrava difficile per me in quei nove anni di onoratissima carriera, e riuscii a mettere da parte intorno ai centomila euro: ero al picco della mia felicità! Ma si sa che quando si arriva in cima a qualcosa, prima o poi, si deve scendere, volenti o nolenti; e io nel giro di pochi giorni mi ritrovai letteralmente col culo per terra. Quasi da un giorno coll’altro mi ritrovai senza più una lira, senza la casa e poi senza nemmeno più il lavoro, ed è così che son arrivato ad essere oggi la guardia giurata di una stupida banca.
Banca che in realtà non è stupida per niente, anzi, è stata Lei a portarmi via tutto. Una banca che ruba ad un carabiniere?!, direte voi. Sì cazzo!, vi dico io, e vi spiego subito perché. Ve lo spiego, non per raccontarvi solo la storia della mia sfortuna vita e miseria, ma anche e sopratutto per capire la ragione di questa lettera e delle mie future azioni.
Al bar dove ero solito prendere il caffè prima d’entrare in servizio, vidi l’anziana cassiera parlottare con un signore distinto e ben vestito, avevano l’aria di discutere di qualcosa di segreto o di molto importante. Parlavano di come investire alcuni risparmi, quelli che Giovanna, la cassiera, insieme col marito, aveva messo via in trenta anni di faticoso ed onesto servizio al bar. L’elegante ragazzo che con lei parlava era un impiegato alla vicina Monte dei Paschi di Siena, la banca all’angolo della via dove avevo la caserma, e sembrava avere la soluzione a tutti i problemi: le stava proponendo, o meglio le stava donando la possibilità, di investire i suoi soldi prima degli altri nel fondo d’investimento innovativo che solo per pochi giorni ancora il suo Istituto metteva a disposizione dei suoi clienti.
Enumerando cifre a non finire, assicurando forti appoggi politici di cui la sua banca godeva, il rassicurante giovanotto non ci mise molto ad assicurarsi la fiducia della vecchia, e nemmeno la mia, che fui sin dal primo istante convinto della bontà dell’affare. Per come lo aveva “venduto” lui, il fondo di investimento Leopolda, così si chiamava, era l’unica cosa da fare in quei tempi di crisi e miseria per far due soldi in più, onestamente. E non solo Giovanna e suo marito, non solo me convinse il bancario, ma anche tutti i pensionati che passavano al bar le loro giornate e che, in attesa di veder cambiare la loro vita giocando al lotto, non disprezzavano certo due soldi in più proposti da quel bravo ragazzo e dalla sua bella banca. Perfetto mi dissi, una volta sottoscritto quel fondo, tutto continuava per il meglio, la mia vita era perfetta.
Ma fu proprio qui che cominciò la disgrazia. Dopo qualche mese, quasi arrivati alla data del primo stacco di dividendi del fondo Leopolda, in seguito ad una serie di scandali che coinvolsero il presidente di quella banca, il quale altri non era che il padre di Matteo Penzi, ovvero del leader del movimento politico di cui la banca stessa vantava gli “appoggi”, i tre quarti dei membri del partito finirono agli arresti; con la fine del partito finirono evidentemente tutte le risorse segrete del fondo, che fu dichiarato fallito insieme alla banca. E con essi fallirono tutte le speranze di chi nel fondo aveva creduto, tutti i pensionati, la cassiera e suo marito, io, tutti perdemmo i nostri risparmi. E non potemmo farci niente, quando a rubarvi i soldi è una banca, nessuno può farci niente, nemmeno un carabiniere! In realtà provammo a fare qualcosa, e fu così che oltre i miei risparmi persi anche il mio lavoro. Con Giovanna decidemmo di unire le forze in termini legali, insieme agli altri truffati come noi, per cercare di riavere i nostri risparmi, ma capimmo subito che non c’era niente da fare. Tutti ci ripetevano la stessa cosa: “se la Banca è fallita, i vostri risparmi si son volatilizzati con lei…”, “anche se intraprendeste un’azione legale – cosa che comunque provammo a fare –, non avrete mai speranza contro un istituto bancario e i suoi avvocati…”, ”l’unica soluzione sarebbe far intervenire il governo, attirare l’attenzione del presidente della Repubblica”, e via dicendo… In effetti ci parve normale, visto l’alto numero di persone coinvolte, che il Presidente della Repubblica, o chi per lui, dovesse fare qualcosa per i suoi cittadini. Del resto le banche son comunque soggette alla giurisdizione e alla legislazione del paese che le ospita, ci dicevamo, quindi se ‘rubano’ i soldi ad un onesto cittadino, come ogni altro normale cittadino dovrebbero essere punite… Ma una volta attirata l’attenzione del Presidente – cosa che ci costò parecchio tempo oltre che energie e sopratutto ancora altri soldi –, ci fu risposto che il nostro problema personale non poteva assumere carattere nazionale, di certo lo Stato non sarebbe potuto intervenire, e che anzi era priorità del Governo operarsi per salvare la banca dal fallimento, banca che, lei sì, è veramente importante per un Paese. Punti di vista.
E quando appunto il Governo decise di instaurare un fondo per salvare la Banca, scoprimmo che nessuno di noi avrebbe riavuto indietro i propri soldi. Tutto si risolse: gli scandali del partito insabbiati, qualche capro espiatorio trovato, la banca tornò come nuova; tutto si risolse, tranne che per noi. Disperati dall’impossibilità di far qualcosa, decidemmo d’intervenire noi con varie azioni rivolte direttamente contro la banca, nella speranza di sollevare l’indignazione di altri cittadini non coinvolti, dell’opinione pubblica e dei mass-media, insomma decidemmo di fare un vero e proprio scandalo con l’intento di motivare i diretti interessati ad operarsi per evitare ulteriori vergogne e mettere tutto a tacere, ridandoci i nostri soldi.
Questa almeno era l’idea. Cominciammo col distribuire volantini informativi su quanto ci era successo di fronte alla sede della Banca; arrivammo a comprare una pagina di un giornale ‒ cosa non facile visto che la Banca in questione ne finanziava la maggior parte ‒ per informare sull’accaduto; organizzammo infine un sit-in di protesta all’interno della banca. Il sit-in fu visto come un atto terroristico, in quanto occupammo la proprietà privata della Banca, mettendone a rischio l’attività e l’incolumità dei suoi clienti; la polizia arrivò e ci cacciò in malo modo, portandoci tutti una notte in questura. Io persi così il mio lavoro: inammissibile, mi dissero nonostante i miei diversi anni di carriera, che un servitore dello Stato non solo partecipi, ma addirittura organizzi lui per primo un’azione terroristica del genere. La Banca finanziava già la restaurazione della caserma da tempo, anche pensando che io fossi nel giusto, come avrebbero potuto i miei superiori prendere le mie difese e perdere un così importante investitore? Del resto, pur essendo miei superiori, erano comunque carabinieri anch’essi, e anch’essi a loro volta come tutti rispondevano a ordini superiori: erano pagati per ubbidire, non per pensare.
E fu così che, proprio quando la mia vita sembrava, era, all’apice della felicità, mi bastò dar retta a quel maledetto broker, che ebbe persino una promozione in seguito, per ritrovarmi da un giorno coll’altro senza niente, nemmeno più una ragione per vivere. Ma, si sente spesso dire, proprio quando si perde tutto si arriva realmente a comprendere ciò che per noi è veramente importante, e per me fu proprio così. Passato tutto quello che ho detto fin qui, mi son reso presto conto che la cosa più importante nella vita era per me la giustizia, aver un mondo dove nessuno venga preso in giro per un qualsivoglia difetto fisico, dove nessuno sia reputato migliore di un altro a livello assoluto, per questo scelsi in fondo di fare un lavoro che mi permettesse di difendere gli onesti cittadini contro chi spesso invece ne violava i diritti; la giustizia, la giustizia e nulla più mi interessava. E giustizia quindi ho deciso che farò. Provammo a fare onestamente tutto quello che potemmo per riavere i nostri soldi, non chiedevamo niente di più che fosse fatta giustizia, ma alla fine è rimasta solo una grande ingiustizia, alla quale io ora metterò finalmente fine. Certo è, che non posso più continuare a servire, a lavorare per difenderla, la stessa banca che mi ha così rovinato la vita.
Ed è questo il motivo di questa lettera, che spero stiate leggendo attentamente e che, una volta terminata di scrivere, metterò in tasca; mi sistemerò l’uniforme di guardia giurata e mi dirigerò al lavoro come faccio ogni giorno. Non sarà un giorno come tutti gli altri però, finalmente oggi sarà il giorno della giustizia. Inizierò il mio lavoro normalmente, come sempre, piantonerò l’entrata della banca. Come sempre a metà giornata, entrerò nell’ufficio del direttore per avvisare della mia pausa, solo che questa volta invece di ringraziarlo sempre a testa china lo guarderò dritto negli occhi, gli dirò di pentirsi della sua vita e di aver deciso di fare quel lavoro, di fare i soldi in quel modo a discapito di tanta gente, ma non gli lascerò il tempo di rispondermi, non starò ad ascoltarlo, troppa la paura che riesca a convincermi della sua buona fede con le solite scuse: “faccio solo il mio lavoro… cos’altro potrei fare… ho delle rate da pagare…” Solamente gli darò il mio verdetto, verdetto che sarà di morte: estrarrò la pistola dalla mia fondina e gli sparerò dritto al cuore, cuore che tutta la vita ha deciso di non ascoltare per dar retta solo al suo portafogli. Dopo di lui, uscirò e farò il giro di tutti gli altri uffici, fino all’ultimo degli sportelli per il pubblico e farò lo stesso con ogni altro dipendente della banca – troppo facile pensare che solo il direttore sia colpevole, tutti quelli che danno il loro contributo quotidiano a questo sistema che sta mettendo in ginocchio il mondo intero devono pagare. Da quando conobbi i ragazzi del collettivo, ho cominciato perfino ad apprezzare i libri, chi lo avrebbe mai detto!
E proprio mentre l’altro giorno ne leggevo uno di Cesare Pavese che mi hanno prestato, ho avuto l’illuminazione. Il libro diceva: “Non sei mica fascista, mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai: Lo siamo tutti, cara Cate, dissi piano. Se non lo fossimo dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista.” Così diceva il libro, e io ho deciso di non lasciar più fare! Terrò solo l’ultimo proiettile per me, guadagnerò il centro della banca, estrarrò la mia lettera e la metterò in bocca, e poi mi sparerò diritto alla tempia. Dopo aver ucciso tutte quelle persone, anche se dal mio punto di vista non ci sarebbe niente di male, è evidente che sarò diventato un assassino e come tale, per senso della giustizia appunto, mi punirò da solo dandomi la pena di morte. Ma troveranno la mia lettera che terrò stretta tra i denti anche da morto, e Loro non potranno girare la verità come fanno sempre, non questa volta!
Se siete arrivati a leggere fin qui, vuol dire che il mio piano è andato a buon termine; non mi resta dunque che mettere in atto quanto fin qui detto, sperando che ciò serva d’esempio per far capire che cosa siano oggi le banche, qual è il loro vero impatto sulla vita degli onesti cittadini, e quali quindi i pericoli da cui difendersi, quelli veri, non quelli inventati dai mass-media per distrarvi mentre vi stanno rubando il futuro. Farò forse finalmente capire col mio gesto estremo che fare soldi nella vita deve smettere di essere un valore, ma che solo la giustizia dovrebbe esserlo, quella universale. Certo, per qualcuno passerò per un povero pazzo, un suicida omicida che neanche voleva prendere i soldi dalla banca; così cercheranno sicuro di farmi passare, forse per anarchico o per terrorista; qualcuno dirà che sarò stato l’unico carabiniere buono degli ultimi anni, qualcun altro solo un carabiniere morto… Punti di vista.
Sarò soltanto qualcuno che ha fatto giustizia, là dove di giusto non c’era niente, e finalmente avrò fatto qualcosa nella mia vita per la quale valga la pena morire e grazie alla quale potrò dire d’aver vissuto veramente.

La lettera che vi abbiamo qui riportato è stata trovata addosso a Taddeo Salvini, la guardia giurata morta nella violenta rapina che ha scosso la città di Firenze la scorsa settimana. Abbiamo potuto proporvela solamente ora in quanto di fondamentale importanza per le indagini, è infatti forte sospetto delle autorità competenti il legame della guardia giurata con i malviventi coinvolti nella sanguinosa azione criminale, alla fine tutti morti nell’operazione della Polizia che ne ha sventato la fuga. Nel ricordare i due cittadini ingiustamente morti nella sparatoria, il Presidente del Consiglio si dice contento per come siano andate le cose, per il fatto che i malviventi siano stati tutti catturati, anche se morti, e sopratutto per il fatto che tutta la refurtiva sia stata recuperata, mettendo così in salvo i risparmi dei cittadini che li avevano confidati alla banca. Anche a seguito di domande incalzanti riguardanti il contenuto della lettera, il neo-eletto Presidente Matteo Penzi, si è limitato solamente a dire che rappresenta lo scritto d’un folle con un passato da terrorista, e che può solo servire a dimostrarne i problemi mentali e la sua appartenenza al gruppo di malviventi; mantenendo il silenzio sulle parole che lo coinvolgono ha comunque rassicurato i cittadini che la banca è nuovamente operativa e pronta ad accoglierne i risparmi. Infine, ha concluso dicendo che, nonostante la perdita di due cittadini onesti ingiustamente morti nella sparatoria, tutto è bene quel che finisce bene. Secondo il giornalista Marco Travaglio, invece, le due storie non avrebbero alcun legame, la rapina e il gesto disperato della guardia giurata hanno solo avuto la sfortuna di capitare lo stesso giorno. Sfortuna in realtà solo per la guardia giurata, continua il giornalista, per il quale la rapina ha avuto l’effetto di evitare la strage preventivata nella lettera, in quanto i rapinatori hanno sparato alla guardia ancor prima di svolger la rapina, evitandone così la possibilità di alcuna azione estrema.
Conclude Travaglio dicendo che le rivelazioni e i fatti narrati della lettera dovrebbero venir studiati in maniera diversa dai sanguinosi fatti della rapina, e che metterebbero in luce scandalosi aspetti della banca e dei suoi legami col Presidente del Consiglio, il quale evidentemente ha tutti i motivi per archiviare velocemente la lettera della guardia giurata e di associarne i moventi a quelli dei criminali. Punti di vista…

A.G. – La Repubblica, Firenze 06/09/2015

*Andrea Giramundo

*Foto: opera dell’artista Maurits Escher 

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