LA FERITA – Racconto

  «Buongiorno, Shamalù».ferita dell'anima 2011---40x40 Anche per quest’anno, il gatto non sembrava voler cambiare le sue abitudini e come sempre aspettava miagolante in fondo alle scale, sulla soglia della porta della cucina, pronto a farsi riempire la ciotola, per divorarne poi vorace tutte le crocchette contenute.
Dopo quasi due settimane di feste in casa, il padre di tutti i lunedì, lunedì sette gennaio, sembrava aver avvolto d’un pesante silenzio l’intera casa, forse per rispetto o cordoglio per la vita lavorativa che riprendeva alla fine delle vacanze natalizie.
Beh, in realtà, neanche Andrea cambiava poi molto con l’inizio del nuovo anno: quel giorno, come gli altri festivi appena trascorsi, avrebbe passato la mattinata a casa. Ma non l’avrebbe fatto rimanendo a leggere a letto, e nemmeno in compagnia di Fanny, che quel giorno aveva ripreso a lavorare ed era uscita quindi puntuale alle sei; si era imposto d’alzarsi presto, di buttar giù qualche riga, correggere qualche bozza, o per lo meno studiare un po’: riprendere insomma la sua attività quotidiana di scrittore.
La cucina e il salone giacevano abbandonati e vuoti, mostrando i segni delle cene dei due giorni precedenti. Avvicinatosi al lavabo per prepararsi il tè, l’odore dei resti rimasti nelle pentole, le posate e i piatti riempivano ogni possibile spazio. Sbuffando, mentre spostava il necessario giusto per riuscire a riempirsi la teiera, pensava che quella mattina non aveva la minima ispirazione e solo una grande voglia di tornare a letto.
«Bon, bevo il tè e mi attivo…» Si diceva con gli occhi fissi al lavandino, girando il cucchiaino nella tazza, per poi tirarlo sopra quell’ammasso di vettovaglie. Se non si sentiva dell’umore necessario per scrivere qualcosa, di certo non aveva la ben che minima voglia di pulire tutto quello schifo.
Accese la radio per motivarsi.
Sotto un’aria di Luigi Boccherini, si sentiva ora solo il rumore delle crocchette che rimbalzavano dalla bocca del gatto alla ciotola. Sul divano, Andrea beveva il suo tè assorto nel sonno dal quale non si era ancora svegliato del tutto, guardando nel vuoto. Nella finestra che dava sul giardino, anche il giorno sembrava pigro d’affacciarsi e si alzava lentamente, visibile solo grazie a qualche sbadiglio di luce; fuori si sarebbe detto fosse ancora notte, nonostante fossero già quasi le otto del mattino.
Una pioggerella dispettosa riempiva l’aria, come faceva dall’inizio del nuovo anno, che non sembrava per ora poi così diverso dal precedente; gli alberi, aiutati da un leggero ma costante vento, facevano di tutto per scrollarsela di dosso: lavoro inutile, visto che molto probabilmente avrebbe continuato a piovere per tutto il giorno, e il giorno dopo ancora… niente di sorprendente quindi per una normale mattina d’inverno in Bretagna.
Oramai Andrea si era ben abituato alla pioggia di Brest.
In realtà, non gli aveva mai pesato troppo: quando gli si chiedeva se l’amore di Fanny sarebbe bastato a non fargli pesare troppo la mancanza del bel sole del sud, lui rispondeva che non avrebbe potuto saperlo finché non fosse andato a vivere da lei, ma che comunque al contrario pensava che quel clima avrebbe giovato e non di poco alla sua scrittura. E così fu.
La Bretagna è un posto meraviglioso, basta saper convivere con la pioggia. E fino a quel momento nessuna quotidiana goccia aveva fatto traboccare Andrea, che ancora dopo due anni continuava ad amarla come il primo giorno.
Quando si era accorto di amarle entrambe, la Bretagna e Fanny, era del resto un giorno di pioggia, di due anni prima.

Era salito a Brest per passare le vacanze di Capodanno con alcuni amici conosciuti durante l’estate quando aveva fatto un bel giro per quella regione fino ad allora per lui sconosciuta. Il giorno dell’epifania, Fanny, che era la sola a voler far qualcosa di più che poltrire sul divano il suo ultimo giorno di vacanza, gli propose di fare un giro fuori città.
Voleva portarlo a Mont Saint Michel.
Il lungo percorso – si erano persi lungo la strada almeno tre volte – per arrivare al monte più alto di Bretagna era stato già di per sé stupendo agli occhi di Andrea, che amava sopratutto di quella regione le grandi e spaziose distese di colori che dipingevano tutt’attorno la campagna, ancor più delle sue affascinanti città.
Usciti da Brest, la natura dopo poco aveva ripreso subito il suo ruolo da protagonista, accompagnandoli come un dipinto in movimento sui finestrini della loro auto.
Per tutto il viaggio un bel sole li accompagnò; la pioggia invece, quel giorno, si era organizzata per aspettarli direttamente in loco, e fu ben puntuale ad accoglierli come scesero dalla macchina.
Come scesero dalla Scenic di lei, saliti quei pochi gradini che portavano alla vera e propria cima del monte, un vento fortissimo li spingeva in tutte le direzioni e la pioggia ghiacciata entrava loro direttamente nelle ossa. Andrea guardandosi intorno non faceva che ripetere: è tutto bellissimo!
Mentre si serviva ancora del tè, nonostante fossero immagini di due anni prima, tutto gli tornava in mente come sequenze di un film che conosceva a memoria: le due pietre quadrate per la raccolta d’acqua piovana che, piene fin l’orlo, facevano danzare la pioggia raccolta sulle le note di quel vento… la pietra circolare, il punto esatto più alto del monte, dalla quale si poteva vedere tutto quello che li circondava… fino al lago sul fondo, dove campeggiava prepotente la mano dell’uomo, che come sempre deve farsi notare rovinando anche i paesaggi più belli, con una lontana ma visibile centrale nucleare.
E la chiesetta abbandonata, di pietra, che stupenda li accolse quando il clima peggiorò ulteriormente, per mangiare la loro galletta e bere il loro sidro, come la buona tradizione richiedeva.
Solo una coppia era lì presente al loro arrivo, ma partì subito dopo. Ancora negli occhi di Andrea lo sguardo d’intesa lanciatogli dai due sconosciuti, come a dirgli: bravo, bel posto per portarci il tuo amore. Con quella complicità che solo gli innamorati hanno tra loro, come se l’amore avesse un odore che solo chi lo porta sa ben riconoscere.
Dentro la casetta, una volta del Signore oggi rifugio per viaggiatori, rimaneva giusto un piccolo altare dove una piccola Madonna in legno faceva compagnia ad altri oggetti, messi là da qualche pellegrino desideroso di lasciar anche lui, oltre il primo inquilino passato di lì, un segno del proprio passaggio.
E proprio mentre con i denti Andrea scopriva la sorpresa, che come usanza è celata all’interno della galletta, con il cuore scoprì di amarle troppo entrambe per continuare a vivere a più di mille chilometri di distanza. Fu proprio quello il momento in cui Andrea si rese veramente conto di essere innamorato di Fanny, e della Bretagna.

SBRABABAM! Il gatto, attirato molto probabilmente dall’odore di pesce che arrivava dai resti nel lavandino, andando a cercare qualcosa di buono, nel saltare sul lavabo, aveva fatto cadere almeno 3 piatti e due pentole, in un fracasso infernale.
Di colpo Andrea tornò alla realtà da quel bel ricordo che ancora gli lasciava il sorriso sulle labbra, mentre cercava di fare una faccia arrabbiata nel riprendere il maldestro gatto.
«SHAMALÙ! Bon… è colpa mia, dovevo farli subito tutti questi maledetti piatti. Spostati almeno che mi metto a lavare e pulire un po’…»
Accesa l’acqua calda, Ahhhh!!, nel mettersi a lavare il primo piatto, il sapone liquido gli bruciò terribilmente la mano. Quasi se ne era dimenticato, i punti si erano rimarginati, ma la ferita ancora gli bruciava, e non poco.
Solamente qualche giorno prima, il 26 dicembre per essere esatti, per festeggiare il Natale tra amici avevano organizzato una festa, a casa di Ben e, come ad ogni serata del genere, quella sera avevano tutti bevuto fuori misura.
Era già un anno passato che vivevano insieme, e presto sarebbero stati due da quel primo giorno a Mont Saint Michel, quando si erano confessati l’amore l’un per l’altra. Ma qualcosa tra Andrea e Fanny da qualche giorno si era incrinato, passavano tutto il tempo a discutere, litigare per ogni piccola e inutile sciocchezza, arrivando spesso a urlarsi in faccia le peggiori offese.
Non erano certo dell’umore giusto per festeggiar qualcosa quella sera, ma proprio per questa ragione vi erano andati, si erano detti che vedere un po’ di gente li avrebbe distratti un po’, piuttosto che restare a casa a battibeccare tutto il tempo, o peggio restare in silenzio entrambi, ciascuno nel suo angolo.
Proprio prima di recarsi alla festa avevano cominciato un folle litigio che si era protratto fin dentro la macchina, fino al parcheggio davanti casa del loro amico; lei aveva deciso di voler tornare a casa; lui non ci pensava nemmeno, oramai erano arrivati alla festa, e non voleva certo fare la sceneggiata davanti a tutti di rientrare a casa per una stupida litigata.
«Entriamo, ci calmiamo, facciamo la nostra serata con gli amici e tutto si sistema; o al massimo ci ignoriamo per tutta la serata, fin quando ubriachi torniamo a casa, e tutto passerà, ok?»
Così Andrea l’aveva convinta a scendere dalla macchina.
«Prova ad ignorarmi tutta la sera e vedi…» Le aveva detto lei avvertendolo con il dito, mentre aspettavano che qualcuno venisse ad aprire la porta della casa.
Una volta dentro, Andrea si era subito messo a parlare con gli amici, fumare e bere, come se tra loro non fosse successo niente; lei, che non sembrava aver la stessa voglia di divertirsi, si era comunque lanciata subito sul tavolo degli alcolici, e dopo nemmeno un’ora che erano arrivati era già ubriaca a tal punto da non arrivare a tenersi quasi più in piedi.
E così passava la serata, ognuno facendo la propria, non considerandosi l’un l’altra nemmeno per un secondo. Gli amici che li conoscevano bene, sapevano che era brutto segno, che probabilmente avevano litigato fin poco tempo prima il loro arrivo, come spesso facevano in quei giorni, e quella calma apparente era solo la quiete prima della tempesta.
Tempesta che infatti non ci mise poi molto a precipitare sulla festa.
Invitate c’erano svariate persone, come sempre a casa di Ben, alcuni cari loro amici, altri che erano amici solo di Ben, o amici di amici che Andrea e Fanny non conoscevano.
Quella sera c’era anche Patrick, un vecchio amico di Ben e il primo vero amore di Fanny, il quale ai tempi era poi partito per fare il giro del mondo, lasciandola da un giorno all’altro.
Quella sera a Fanny, Patrick, era totalmente indifferente, se non per la sorpresa di vederlo dopo così tanto tempo: in lei la vista del suo primo grande amore non aveva suscitato emozione alcuna. Del resto, Patrick era stato sì un grande amore, ma di gioventù, il primo (quando si è giovani si pensa che tutte le storie che si vivono siano uniche e fantastiche), ma in realtà non avevano mai avuto un gran rapporto e sopratutto la loro relazione non valeva niente in confronto a quella che aveva da subito instaurata con Andrea.
Ma quella sera finalmente Patrick avrebbe potuto renderle almeno un servizio: quale migliore modo di far ingelosire Andrea se non quello di parlare tutta la sera con il suo ex fidanzato storico, del quale spesso lei gli aveva parlato e per il quale Andrea non provava simpatia alcuna, anzi lo trovava un cretino, come spesso le diceva per farle concludere i suoi racconti sul suo passato.
Andrea se ne accorse subito e, per non finire in litigio, aveva sin da subito fatto finta niente, per non dare alla cosa alcuna importanza.
Coll’aumentare dell’indifferenza di lui e i bicchieri di alcool, Fanny si mostrava sempre più eccitata dalla conversazione con Patrick, rispondendo alle sue battute con maliziosi sorrisi, come avrebbe fatto una giovane verginella eccitata dai complimenti di un uomo galante. Andrea, imperterrito, faceva sembrare di non accorgersi di niente. Ma guardava tutto con la coda dell’occhio.
La serata sarebbe potuta andare avanti così fino alla fine: mentre Andrea continuava a parlare con gli altri, soli, Fanny e Patrick continuavano sempre più vicini tra loro a parlarsi, e a raccontarsi un sacco di cose all’apparenza interessanti ed eccitanti. Se non che, Patrick, ad un certo punto, le si fece più vicino come per dirle qualcosa all’orecchio, nel farlo le diede anche un bacio che, con la coda dell’occhio, Andrea non vide bene dove andò a finire.
«Ne ho abbastanza!» Pur reggendo meglio della sua ragazza l’alcool, era non poco ubriaco, si alzò di scatto e andò verso i due, spinse indietro lui e prese per un braccio lei: «Ora basta! La vuoi finire di fare la cretina con questo imbecille?!»
Andrea sembrava talmente pazzo d’ira, che Patrick, seppur offeso e spintonato, rimase al suo posto in silenzio, cercando con gli occhi verso il gruppo di amici un possibile sostegno. Tutti gli altri ora attirati dalla scena e dalle grida crescenti della coppia, si erano girati a guardarli in silenzio, senza accennare il minimo movimento o la minima voglia di intervenire; come al cinema, tra il divertito e lo spaventato, ognuno dei presenti aspettava di vedere i possibili sviluppi che quella situazione avrebbe potuto prendere. La gente ama farsi i fatti degli altri, quando poi si ha la fortuna di vedere due persone incuranti di chi hanno attorno, litigare ed ingiuriarsi come matti, lo spettacolo è assicurato. E quella sera, Fanny e Andrea, di spettacolo ne diedero poi per almeno una mezz’ora, insultandosi e urlando come matti…
«Non mi hai degnata nemmeno di un’attenzione tutta la sera, e ora te ne esci con questa scenata di gelosia?! Guardati, sei ubriaco, oltre che fuori di testa, finiscila!»
«Ha parlato… tutta la sera a parlare con “questo” solo per farmi ingelosire, ubriaca come sei va a finire che ti convince pure ad andare a casa sua a dormire…»
«Sei pazzo!»
«Meglio pazzo che zoccola!»
«…»
All’inizio del loro rapporto solo una cosa lei gli aveva chiesto: di non apostrofarla mai con un termine del genere. Zoccola, puttana…, erano le parole che le gridava contro il padre, quando da piccola, con ogni pretesto possibile, trovava sempre una ragione per picchiarla. Ora, Andrea, per la prima volta da quando si conoscevano, l’aveva chiamata così.
Nella stanza scese un silenzio glaciale, la faccia di lei stupefatta, lui sapeva che aveva esagerato a chiamarla così. Lui stesso odiava gli uomini che, per gelosia o per non importa qual motivo, chiamano così una donna; e poi amava Fanny da morire e sapeva la storia della sua infanzia: anche se in quei giorni non facevano altro che litigare, lui si ricordava bene. Lei era la donna della sua vita, lo aveva saputo fin da quando l’aveva vista la prima volta.
«Co-o-osa ?! Patrick, renditi utile per una volta nella tua vita e portami a casa, la mia serata è rovinata, e non ho più voglia di restar qui a farmi dare della troia da questo abbrutito…»
«Dai, aspetta, ho esagerato, sai che non lo penso veramente…» Andrea sembrava essersi calmato.
«Sì, hai esagerato, e ora ne paghi le conseguenze… Fanny non si era calmata per niente. «Patrick muoviti, andiamo!»
E se ne andò con Patrick, che senza essere notato da nessuno era già andato a prendere le giacche e l’aspettava vicino la porta d’ingresso con le chiavi dell’auto già in mano. Andrea aveva fatto tutto il lavoro per lui, ed ora era nel posto giusto al momento giusto, si diceva viscido, aspettando che i due finissero di gridarsi contro.
Andrea cercò di andarle dietro, ma gli amici gli si fecero intorno convincendolo a lasciarla andare, dicendogli che Patrick era un povero cretino e che mai avrebbe potuto portargli via Fanny, che loro due si amavano troppo perché lei facesse qualcosa di irreparabile quella sera, e che non valeva la pena continuare a litigare così, meglio lasciarla rientrare a casa, lasciar passare del tempo, e quando sarebbe anche lui rientrato, l’avrebbe trovata a letto, e molto probabilmente avrebbero poi fatto l’amore ridendo su quanto accaduto quella sera.
Lui li ascoltò, continuò a bere, ridere e scherzare con loro, convincendosi che Fanny era a letto che lo aspettava, facendo finta di dormire e pronta semmai a riprendere il litigio a dove lo avevano lasciato, in quei giorni andava così.
Ma bevendo e scherzando, anche se si era detto di non voler rincasare troppo tardi, quando si ricordò di dover rientrare da solo a casa, fuori dalla finestra era già mattina.
Arrivato a casa il letto era vuoto, Fanny non c’era in nessuna stanza. Lui l’aveva cercata ovunque come in cerca d’uno spillo, anche sotto il letto. Lasciandosi andare sul letto, ancora ubriaco con le mani tra i capelli, si era reso conto che lei non era ancora rientrata a casa, e che da almeno 5 ore era partita da casa di Ben. Non è possibile, non è possibile si continuava a ripetere, non era possibile che lei fosse andata a dormire da Patrick, che avesse portato fino quel punto la loro stupida discussione, quel punto di non ritorno, No! Fanny mai avrebbe fatto una cosa del genere.
E invece sì… si guardava intorno, impotente, non poteva far niente, provò a chiamarla, il telefono di lei spento. Non è possibile…
Riprovò a chiamarla, una due tre volte, alla quinta si arrese; uno scatto d’ira fece partire il telefono contro il muro, e contro il muro sfogò poi tutta la sua rabbia, a pugni chiusi, finché vide sangue sulla parete, poi sulle sue mani. Distrutto dalla serata e da tutta quella tensione, che alla vista del rosso del sangue era ora scesa completamente, si lasciò scivolare lì dov’era per terra, e poco dopo si addormentò come svenuto, o forse svenne dolcemente come addormentato dopo lunghi giorni d’insonnia.
Si era svegliato poi a pomeriggio inoltrato sempre lì per terra, la bocca pastosa di alcool e sigarette, la testa che scoppiava, ma sopratutto a svegliarlo fu il dolore che aveva alla mano. Se la toccò d’istinto, solo a sfiorarla gli faceva un male cane, sembrava a guardarla la mano di un cartoon d’epoca, la destra era tutta gonfia e rossa, grande almeno tre volte la sinistra. Si era rotto il metacarpo del mignolo, l’osso della mano, come gli dissero una volta raggiunto a fatica il pronto soccorso.

E ora, più di una settimana dopo l’operazione, i punti che gli avevano dato si erano finalmente chiusi, ma come gli pizzicava ancora la ferita quella mattina…
Sedutosi sul divano, finito di pulire tutti i piatti, si accese una sigaretta, e mentre si guardava la mano girandola a destra e sinistra per guardar meglio la ferita, scuoteva la testa come a rimproverarsi di quanto a volte potesse essere stupido, o forse solamente per cercare di fare uscire il ricordo di quella brutta serata. Ma quel ricordo sembrava proprio non volergli uscire dalla testa, guardandosi intorno per la casa, si soffermò sul muro dove solo due giorni prima era riuscito a togliere il sangue dalla parete, dietro il tavolo della cucina. E continuò a ricordare.

Rientrato il giorno dopo l’operazione a casa, si sentiva svuotato, stanco, e si teneva la mano fasciata con l’altra come fosse un oggetto pesante che faticava a portare.
Aperta la porta di casa, seduta al tavolo della cucina, Fanny era vestita con ancora indosso la giacca, doveva essere appena rincasata, dopo quasi due giorni dalla litigata; lei, nel sentirlo entrare, alzò la testa e, come già sapesse tutto, puntò subito il suo sguardo alla mano fasciata di lui.
«Ah, sei qui?!» Andrea si diresse come niente fosse successo verso la doccia, ne aveva proprio bisogno, forse ancor più gli avrebbe giovato un bel bagno caldo.
«Vieni qui Andrea, dobbiamo parlare».
«Cosa c’è?»
«Cosa c’è? Cosa c’è? Non so se ti ricordi che l’altra sera abbiamo litigato, e poi ti sei rotto una mano contro il muro».
«Hai dimenticato di dire: e io ho dormito a casa di quel cretino…»
«…»
Fanny, la testa china, sembrava di colpo muta.
«Ho detto: hai dimenticato di dire: e io ho dormito a casa di quel cretino».
«…»
Come fossero le parole che Andrea si aspettava in risposta, dagli occhi di Fanny sgorgarono immediati litri di lacrime, che proprio non riusciva a trattenere. Sembrava voler rispondere qualcosa, ma dalla bocca bagnata dalle lacrime, uscivano solo bruschi singulti.
Andrea, in piedi di fronte alla tavola, la guardava piangere così, sempre con la testa china. Tutta la rabbia che gli era salita in un istante immaginando lei nel letto di Patrick, si stava fondendo come neve al sole sotto le lacrime di Fanny.
«Hey…, si mise in ginocchio, Hey… basta così dai, abbiamo esagerato entrambi, siamo due scemi, smetti di piangere, per favore, non sopporto vederti piangere».
Cercò di prenderle il mento per farla delicatamente girare verso di lui, lei come una bambina offesa o vergognosa, continuava a nascondersi tra i suoi capelli e i suoi singhiozzi, facendo resistenza per non girarsi verso Andrea. Anche quando girata e più calma, Fanny non riusciva proprio a guardarlo negli occhi senza scoppiare nuovamente in un pianto ancora più forte di prima.
Erano poi rimasti così, lui in ginocchio vicino alla sedia di lei che era ancora seduta a tavola, per almeno un’ora a parlare, a darsi dei cretini, a ripetersi scuse come dischi rotti:
«Alla fine me la sono cercata, mi avevi avvertito di non ignorarti, e poi ti ho anche dato della… davanti a tutti. Scusa».
«Sono io che sono una stupida, non avrei mai dovuto ferirti in questo modo. Hai detto bene l’altra sera, ho fatto la sciocca tutto il tempo con quel cretino, che si sarà sentito anche importante, dovevi vedere poi quando gli ho detto che non avevo voglia di tornare a casa, il sorriso di quel porco nel dirmi che sarei potuta restare da lui quella notte, che aveva un bellissimo divano-letto».
Andrea sentiva ardere di nuovo qualche tizzone di collera e gelosia.
«E la faccia da ebete quando ha capito che sul divano-letto avrei poi veramente dormito, invece che con lui nel letto, quando gli ho detto, a casa sua, di lasciarmi da sola, che avevo solo voglia di dormire e non pensarci più».
«Non ci hai fatto l’amore?»
«Ma sei matto ?!, già per l’importanza che gli ho dato facendo così, mi son sentita male tutto il giorno dopo, infatti non son riuscita nemmeno l’indomani a rientrare, e son andata da Francesca a passare la notte. È lei che mi ha parlato, calmata, e detto di tornare a casa prima che tu diventassi matto di gelosia. Ma era già tardi quando son arrivata… non sapevo dove fossi, il sangue dappertutto, ho pensato al peggio, a chissà quali follie, ho sentito di averti perso per davvero e per sempre. Ti amo Andrea, perdonami».
Come si fa con un bambino al quale si vuol far vedere che non è successo niente di grave e che non vale la pena di continuare a piangere, Andrea le sorrideva paterno mentre le asciugava le lacrime; in realtà, in silenzio nella sua testa, cercava di capire se potesse credere o meno alle parole appena sentite. Fino a quel momento, dentro di lui, aveva immaginato Fanny che, ancora piena di rabbia, si sfogava per due giorni di peripezie sessuali con quel cretino. Quel porco…
«Non ci hai fatto l’amore quindi?»
«Amore, te l’ho appena raccontato come sono andate le cose… cosa fai non ti fidi più? So che ho esagerato l’altra sera, che ho fatto di tutto per renderti geloso e ti ho ferito stupidamente, e che ora tu puoi farti duemila film dentro la tua testolina bacata, ma è andata come ti ho detto».
«E perché allora piangi così» − pensò senza dirlo Andrea − «e non riesci a guardarmi dritto negli occhi?!»
La cosa in assoluto che più gli era sempre piaciuta di Fanny era la profonda fiducia che lei gli aveva sin da subito ispirato. I racconti di lei giovane, delle sue passate storie d’amore, e il modo in cui lei lo guardava sempre, avevano fatto più di tutto in Andrea la corazza del suo amore per lei. Lei che all’inizio era così insicura, che continuava a chiedergli perché avesse scelto proprio lei, lui che poteva avere tutte le ragazze che voleva.
Mai avrebbe immaginato un tradimento da parte di Fanny, lei che era stata tradita più volte dal suo precedente ragazzo (non Patrick, ma un altro di cui lei non gli ha mai voluto dire il nome perché senza importanza e lontano, anche se non nel tempo, almeno fisicamente, visto che viveva a Buenos Aires) e che mai, gli ripeteva sempre quando parlavano di coppie che si facevano le corna, avrebbe fatto lo stesso con lui.
Lui che da tempo aveva perso confidenza nelle donne, o forse semplicemente in se stesso, lui che era stato tradito dalla prima moglie, lui che si era promesso nel giorno del suo divorzio di non credere mai più a nessuna donna nella sua vita; lui le aveva creduto sin da subito, lei era diversa, Fanny non era una donna come le altre, era un miracolo.Ma adesso forse un’apertura si era creata in quella corazza di fiducia.
Le lacrime a volte son contagiose più d’un raffreddore, e senza neanche sapere troppo perché, anche Andrea cominciò a fare qualche singulto, contenuto, ma comunque irrefrenabile; rimasero a piangere insieme, in silenzio, per terra, fino la sera.

Dentro le lacrime ancora ricordi, ricordi di lacrime passate:
Era sdraiato sul divano, con una mano le accarezzava la schiena mentre lei gli controllava la traduzione delle bozze. Guardava fuori dalla finestra in giardino la calma domenicale di quel bel giorno di sole: era uno di quei momenti perfetti della vita, Andrea si sentiva benissimo. Per questo non riuscii a trattenere le lacrime. Gli succedeva spesso in quei rari momenti unici in cui tutto sembra perfetto. Non per forza perché pensasse che quei momenti prima o poi debbano finire, ma quando era contento fino a sentirlo dentro, il suo sorriso diventava costantemente umido negli occhi.
Andrea aveva paura della felicità. C’è chi ha il terrore della solitudine, della povertà, qualcuno persino del buio; lui sin da adolescente aveva sempre avuto paura della felicità.
Mai a niente erano servite le parole di studiosi e psicologi che gli spiegavano che ciò fosse dovuto alla scomparsa prematura del padre, avvenuta quando lui bambino aveva appena tre anni. Per tutta la vita era cresciuto con questa paura che non riusciva mai a superare, e che spesso gli faceva evitare di conoscere meglio persone interessanti se non possibili amori, solo per la paura di doverle poi perdere un giorno.
O meglio, era sempre stato così, fino al giorno in cui aveva conosciuto veramente Fanny. Lei gli aveva ridato lo stimolo giusto per risalire su quelle che lui chiamava le montagne russe della vita, dove quando si arriva in alto, molto in alto, per la felicità, si sa che prima o poi si ridiscende in proporzione per la sua mancanza. Fanny era la ragazza giusta per condividere quel rischioso biglietto, lo avevano fatto, e lui era andato a vivere con lei.
E così si ripeteva sempre, nei giorni a seguire, per almeno un mese dopo il suo trasloco, mentre la guardava parlare con altre persone, la guardava sorridere, bellissima dietro quel sorriso e quegli occhiali che tanto lei detestava. Non gli pareva vero, possibile. Anche quando lei gli parlava, lui le guardava in realtà la bocca senza ascoltar molto quello che lei gli diceva, ma pensando solo che avrebbe voluto baciare quelle labbra per tutta la vita.
Quelle stesse labbra che sorridevano maliziose a Patrick solo due sere prima; quegli occhi, in cui lui si sarebbe perso per anni, rivolti come ammaliati verso le battute di quel cretino, solo due giorni prima. Tornò di colpo alla realtà, entrambi ancora lì seduti per terra:
«Veramente quindi non ci hai fatto l’amore?»
«Andrea… no».

Passata una settimana da questi fatti la ferita si era ora cicatrizzata, come anche quella storia, non ne avevano più parlato da quel giorno seduti per terra vicino al tavolo in cucina. Tutto era tornato come prima, avevano dimenticato tutto, e anche quel periodo di continui litigi sembrava solamente un lontano incubo. Ora lui era tornato a fidarsi di lei…
Bip! Bip! L’orologio del salone gli ricordava che oltre alle sue riflessioni, c’era da pensare anche al pranzo, che la vita riprendeva normale come un qualsiasi altro lunedì.
Alzatosi dal divano, si mise a pensare a cosa farle trovare pronto quando Fanny sarebbe tornata dal lavoro.
«Bon… vediamo un po’ cosa c’è in frigo va…»
Sul frigorifero un bigliettino: “Amore, non preparare per me, oggi abbiamo la giornata con i nuovi colleghi, e come è venuto a lavorare da noi quel mio amico con il quale ho lavorato quando ero a Buenos Aires, andremo anche a mangiare qualcosa insieme dopo. Ma non torno tardi”.
Aveva dimenticato di scrivergli ti amo, come faceva sempre.
E la mano, nel freddo del frigorifero, gli tornò subito a pizzicare.
“Quel collega di cui ti ho parlato” “Buenos Aires”… ma in testa non gli arrivava la foto di nessun vecchio collega. Vecchio collega chi?
Con il frigo ancora aperto, quello strano pizzicore non voleva più lasciarlo in pace. Senza sapere bene cosa volesse fare, si ritrovò con il telefono in mano: la segreteria diceva che Fanny, anche se per l’ora che era non stava più lavorando, era comunque impegnata a far qualcosa e non voleva essere disturbata.
Decise di lasciarle un messaggio: «Amore… niente… sono io. Ho visto ora il bigliettino sul frigorifero, volevo solo chiederti una cosa, ma non importa… sarai impegnata col tuo amico… mi faccio da mangiare, e continuo a lavorare. La mano va decisamente meglio oggi, anche se mi pizzica parecchio…
Del resto si sa, il dottore me l’ha detto: una ferita non si rimargina mai del tutto».

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*Andrea Giramundo, Saint Cyr le Champagne 2016

*Photo: Ferita dell’anima, FILIPPO BENCI 

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